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Arturo Cirillo e il gioco delle passioni nel Ferdinando di Ruccello

"Ho reinserito battute che 25 anni fa erano considerate troppo audaci"

Intervista di Maurizio Vitiello

Dal 20 al 24 marzo al San Ferdinando di Napoli in scena la sua rivisitazione al Ferdinando. Su che profilo si attesta e quali difficoltà pensa di avere superato?


Non so se sia corretto parlare di rivisitazione, siamo semplicemente tornati sul testo e abbiamo fatto delle scelte diverse riguardo ai tagli e alle battute da evidenziare rispetto all´edizione firmata nel 1986 dallo stesso Ruccello, e molte volte ripresa da Isa Danieli. Abbiamo reinserito battute che forse venticinque anni fa rischiavano di essere troppo audaci, battute che rendono più esplicito il piano dell´attrazione fisica tra i personaggi, come anche certe loro perversioni. Inoltre da subito ho voluto ridare al testo la sua struttura da "quartetto", in cui il gioco, anche simmetrico, tra i personaggi risultasse il più possibile equilibrato.

 

Vari attori, inizialmente da Pierluigi Cuomo a Francesco      Paoloantoni, si sono cimentati in Ferdinando. Registicamente quale abilità bisogna considerare in questo ruolo e negli altri?

Ferdinando è a mio parere un personaggio difficile poiché estremamente letterario, nasce da un’idea tutta mentale. Sia il Tadzio di Morte a Venezia di Visconti, che il giovane di Teorema di Pasolini, due modelli a cui credo si sia ispirato Ruccello, sono delle forme idealizzate di bellezza ed erotismo, portatori di morte e perdizione. Io ho voluto ridare a Ferdinando una sua natura di ragazzo, magari anche normale, comune, su cui la fantasia e il desiderio degli adulti, che gli sono attorno, proiettano le proprie visioni, facendolo diventare ciò che vogliono. Mi pare che Annibale ci dica, in tutto il suo teatro, che l´altro è sempre inconoscibile, diviene sempre ciò che noi vogliamo e desideriamo. Portando questo pensiero al suo paradosso. Ferdinando potrebbe anche non esistere, e in fondo è questo che alla fine si scoprirà, con l´agnizione che conclude la vicenda. Un ragazzo col nome di
Ferdinando in quell´unico ambiente, dove è narrata la vicenda, non è mai entrato, Ferdinando è un altro, quello che noi mettiamo in scena è un inganno. Come il Franco delle Cinque rose di Jennifer, egli è fondamentale che ci sia per permettere il sogno, il sortilegio, di cui gli altri tessono la trama. Ma potrei citare anche il Morris Townsend di L´ereditiera, per rimanere nell´ambito del testo di Annibale. Poi mi sembrava che una parte molto grande della storia fosse il rapporto di odio e amore tra i due personaggi femminili, complementari, specchio o riflesso l´una dell´altra. Come anche l´assoluta incapacità d´amare senza distruggersi, da parte di tre figure-larve ormai condannate alla loro coatta auto-rappresentazione di sé e del proprio artificiale mondo: la baronessa, la "bizzoca" e il prete, come tre maschere de Il balcone di Genet.

Annibale Ruccello riuscì ad assestare a un orizzonte teatrale napoletano di marca “eduardiana” una profonda ferita linguistica. Quali le differenze tra Raffaele Viviani, Eduardo De Filippo e Ruccello?

 

Mi pare che la grossa differenza sia nella dolorosa consapevolezza, in Ruccello, che ormai l´autentico non esista più, che viviamo in un mondo di travestimento e mistificazione, di inganni e autoinganni. Non vi è più una realtà da imitare, perché la realtà stessa ha perduto la sua autenticità, siamo nel finto, talmente finto che per paradosso il teatro risulta più vero, poiché dichiara apertamente la sua menzogna. In Ruccello tutto mi appare travestimento, ma non perché siamo in teatro ma perché il nostro tempo contemporaneo lo è. Sia Viviani che Eduardo direi che credevano ancora alla società, come qualcosa con cui l´individuo doveva relazionarsi o esserne escluso, società molto diverse ovviamente tra i due autori. Quando Annibale dice che della vita gli piace il brutto, lo "scassato", credo che intenda parlare di questa frattura che è non solo linguistica, attraverso certo un napoletano (ma spesso dovremmo dire un castellammarese) spurio e sempre contaminato da mode linguistiche nazional-televisive, ma soprattutto fratture esistenziali. Personaggi sradicati dal proprio mondo e privi di uno nuovo verso cui andare, persi nei molti "non luoghi" di oggi.  

 

marzo 2013

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