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"La resistibile ascesa di Arturo Ui" di Bertolt Brecht

Intervista al regista Claudio Longhi

Servizio di Anita Curci

Claudio Longhi docente di Discipline dello Spettacolo presso l´Università di Bologna. Ha lavorato con Pier Luigi Pizzi, Graham Vick, Luca Ronconi. Claudio Longhi ha inoltre firmato la regia di spettacoli Democrazia, con Marisa Fabbri e Moscheta, Cos´è l´amore, Caligola, con Franco Branciaroli. Ha diretto Ite missa est di Luca Doninelli; La peste di Albert Camus e Edipo e la Sfinge; Lo Zio – Der Onkel di Franco Branciaroli e la prima rappresentazione italiana di Storie naturali di Edoardo Sanguineti. Insieme a Ronconi ha firmato la regia di Biblioetica. Dizionario per l´uso di Gilberto Corbellini, Pino Donghi e Armando Massarenti. Ha collaborato come assistente con Eimuntas Nekrošius per Anna Karenina. Nel 2010 ha portato in scena Io parlo ai perduti. Le vite immaginarie di Antonio Delfini e Omaggio a Koltès.

 

Cosa l´ha spinta alla messa in scena di un dramma allegorico di questo tipo?

La scelta di Arturo Ui si è in effetti imposta da sola circa due anni fa quando mi fu chiesto di proporre uno spettacolo per il Teatro di Roma in coproduzione con l´Emilia Romagna Teatro. Mi fu concessa larga libertà sul testo che doveva incorporare in sé un grande protagonista. Vagliai così diverse possibilità, ma leggendo Brecht rimasi colpito dalla battuta di Ui nella prima scena, una battuta inquietante, di bruciante attualità: "Tempi di crisi …". Ha catalizzato la mia attenzione poiché pone un interrogativo preoccupante: che rapporto può esserci tra quello che è accaduto in Europa durante la crisi del 1929 e ciò che stiamo vivendo oggi? La crisi del ´29 determinò le condizioni propizie per l´affermazione del totalitarismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

 

Quanto è diverso il suo Arturo Ui da quello dell´autore?

Il nostro (perché a tutti gli effetti la ritengo una creazione dell´intera Compagnia) è per tanti aspetti fedele e per tanti distante dal copione originale. Se andiamo alla lettura, divergenze ne troviamo, poiché il testo è stato molto tagliato. Intervento massiccio c´è stato sul piano musicale, considerando che Brecht da questo punto di vista aveva lasciato l´opera incompiuta, e in occasione della prima messa in scena alla fine del 1958 furono scelte musiche al momento.

In questo senso si differenzia tanto ma ciò non incide sulla struttura di base, siamo rimasti fedeli allo spirito dell´opera. E poi ho tenuto presente Heiner Muller che affermava: "Il miglior modo di esser fedeli a Brecht è tradirlo".

 

Cosa preoccupa un regista quando deve portare sul palcoscenico uno spettacolo così complesso?

Grande è stata la consapevolezza della difficoltà di fruizione da parte del pubblico italiano poiché l´opera è ambientata in Germania. Mentre al pubblico tedesco le vicende allegorizzate nel testo sono note e ha perciò maggiore possibilità di comprenderne la distorsione comica, il pubblico italiano invece poteva non percepire la realtà degli eventi originali di quella parodia, poteva chiedersi dove fosse la componente comica. Alla fine, comunque, le cose sono andate bene grazie all´apparato d´informazione che ha funzionato, a partire dalle proiezioni alle didascalie e al foglio distribuito in sala. Ci hanno aiutato anche le scelte iconografiche, ad esempio abbiamo deciso di inserire un elemento nel personaggio di Arturo che altri non avevano adottato: i baffetti, che sono un chiaro collegamento ad Hitler e rendono individuabili personaggi e tempo storico.

 

 

L´opera di Bertolt Brecht è sempre presente nei teatri italiani, come mai?

Sono d´accordo fino ad un certo punto. Era presente sicuramente fino agli anni ´70 poi c´è stata una eclissi per ritornare in auge alla fine degli anni ´90 con una rinascita vera e propria. Questo coincide con un certo diagramma di quella che è la sensibilità politica italiana. Dopo gli anni ´70 c´è stato un allontanamento dall´ideologia e quindi da culture del tipo di Brecht, oggi invece si guarda alla realtà, si valuta che posizione prendere di fronte alla realtà, fenomeno in questi ultimi anni molto forte tra i giovani.

 

C´è qualcosa che vuole aggiungere?

Si, vorrei evidenziare che l´impianto corale dell´opera è legato all´energia del gruppo di attori di altissimo livello, da Orsini a tutti gli altri; ciò ha reso possibile il successo della rappresentazione.

Tengo inoltre a sottolineare che lo spettacolo ha un forte pedale comico scaturito proprio da una frase di Brecht che mi ha molto colpito e indotto a riflettere: "La tragedia molto spesso più della commedia prende alla leggera la sofferenza dell´umanità". Questo vuol dire che non sempre bisogna premere un pedale tragico per rendere la parte drammatica di una condizione.



(2 marzo 2012)

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