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INTERVISTA A PEPPE BARRA Ovvero L’IMPORTANZA DEL CUORE NEL TEATRO

Servizio di Maddalena Caccavale Menza

Peppe Barra è senz’altro un artista di rara sensibilità, che porta in scena un mondo teatrale che sta scomparendo, dove è molto importante il rapporto col pubblico, quel filo rosso che lega l’attore allo spettatore e che lo fa partecipare in prima persona all’esperienza scenica e rende il teatro un’esperienza unica. A Roma, in occasione della nuova fatica teatrale “Peppe Barra racconta”, uno spettacolo quasi magico, abbiamo avuto modo di rivolgere qualche domanda al grande artista napoletano.

Come è nata  l’idea dello spettacolo?

 

E’ nato  per l’esigenza di raccontare al pubblico certe cose che, in fondo, non avevo mai raccontato proponendo al pubblico sia un mio passato che  un mio presente ma anche una storia  musicale. C’era stata sempre una toccata e fuga perché poi il concerto è un altro discorso, è un altro linguaggio. Invece in questo spettacolo, ho  aggiunto  al linguaggio della musica, il linguaggio dell’attore, quale io sono. Mi  è piaciuto mettere insieme queste tessere e costruire un mosaico divertente.

 

Ho avuto la fortuna di assistere allo spettacolo e trovo che ci sia quest’armonia riuscitissima tra avanspettacolo, teatro impegnato e  musica.

 

Sì, c’è sempre un ‘alternanza tra i momenti di divertimento  con quelli di  riflessione,  anche di malinconia positiva, mai quella negativa.

 

Ho trovato molto forte e, già si evince dal titolo, l’attenzione al racconto che poi riguarderà anche il rapporto con sua madre, Concetta Barra.

 

Sì, è stato determinante il rapporto di una brava attrice, di una brava cantante e di una buona mamma. Non è facile avere un rapporto con il proprio genitore sulla scena e invece, con lei, è stato come un grande gioco che è durato quasi quarant’anni .

 

Nello spettacolo è molto forte questo legame ed è sempre nel rispetto delle personalità reciproche. Cosa ha rappresentato la madre nella sua storia di artista e di uomo? 

 

Questa è stata sempre una sua grande prerogativa, di essere molto leggera in tutto, anche nel ruolo della madre: molto poco invadente, molto rispettosa, molto discreta per cui c’è stato un bellissimo rapporto sia nella vita che sulla scena tant’è che io non mi sono affiancato più ad un’attrice perché lei ha lasciato un grande vuoto (anche se ci sono attrici brave) però ho preferito mettere un attore che mi ricordasse anche nella sua bravura e presenza scenica,  Concetta. Si tratta di Salvatore Esposito.

 

Ha scelto un attore talentoso.

 

Questa è una scelta ponderata e precisa che ho fatto quindici anni fa.

 

Adesso la tournée, che a Roma è durata troppo poco sinceramente, come proseguirà?

 

Torneremo quest’estate a Roma e lei sa che a Villa Ada c’è un bel pubblico di giovani. Subito dopo, siamo a Grosseto, poi in Puglia e poi a Napoli dove restiamo solamente due giorni.

La tournée è breve quest’anno, durerà poco più di un mese.

 

Questo perché la situazione del teatro attuale è così buia da penalizzare persino chi fa un teatro qualitativamente superiore, oppure si tratta di casualità?

 

Penso che il pubblico italiano, nonostante tutto, nonostante il disastro di avvelenamento continuo che vive, con brutte cose che è costretto a vedere, è sempre di grande qualità, a livello di conoscenza del teatro e di rispetto per il teatro, per cui,  con me, non accade mai che il pubblico sia disattento o poco numeroso o poco affettuoso. Mi ritengo un po’ privilegiato in questo perché sono stato sempre amato e a Roma soprattutto perché …

 

Perché è bravissimo, sia come attore che come cantante, perché ha una bellissima voce. Poi, tra l’altro, ho notato proprio nella scrittura scenica l’attenzione a dei brani di avanspettacolo meno praticati o perlomeno meno conosciuti al grande pubblico. Io però, sono figlia di napoletani e quindi, fin da bambina, ho sentito a casa Totonno ‘e Quagliarella oltre a Eduardo de Filippo.

 

Una scelta precisa far recitare Totonno ‘e Quagliarella all’attore, perché è stata una delle ultime cose che mamma ha interpretato. Lo faceva in femminile: non Totonno ‘e Quagliarella ma, prima del pezzo musicale c’era un brano dove lei impersonava un personaggio molto strano, che parlava con i topi. Il personaggio era un’alcolista, una specie di barbona, che raccontava un po’ la sua storia e concludeva con Totonno ‘e Quagliarella.

Non lo dico esplicitamente, ma ho voluto rendere un omaggio, un ennesimo omaggio alla mamma, che poi apparteneva ad una dinastia di attori, a una vecchia famiglia di attori. I nonni erano in teatro, le sorelle di mamma cantavano e recitavano, papà era anche un attore e mimo.

 

Io ho studiato e ho scritto anche dei libri su Sergio Tofano, che è stato anche lo scrittore del Teatro all’antica italiana, dove raccontava tutto questo mondo, che purtroppo non esiste più.

 

Sergio Tofano è stato un grande genio, un uomo  che veramente ha rivoluzionato un po’ anche il teatro della fiaba, il teatro dell’immaginario. E’ stato un grande.

 

Che poi spesso è dimenticato.

 

Nel mio spettacolo c’è anche lui, se vogliamo, col racconto della fiaba, con un’immagine fumettistica.

 

Un’altra domanda che le volevo fare  e che si evince forte dal suo spettacolo, il fattore temporale. Qual è il suo rapporto con il tempo?

 

Questa è una nostra grande fortuna perché quelli della mia età hanno vissuto tre secoli: l’Ottocento attraverso la memoria dei nostri nonni, il Novecento intensamente, che  ho vissuto con i racconti sia di mamma, che era degli inizi del secolo, sia di papà e purtroppo, ahimè, stiamo vivendo questo brutto secolo che, però, io dico sempre che ho idee positive non negative.

Il tempo che passa,  il tempo è quella cosa che mi aiuta a non aver paura della morte. Io non ho mai avuto paura della morte perché i miei genitori, i miei nonni ci hanno insegnato che la morte è un bene comune, è un bene non un male, per cui il tempo che passa mi aiuta ad amare anche quello che verrà. Il tempo mi immalinconisce. E’ il passato che mi da’ tristezza, è il passato che è mutevole, scivoloso, non determinato mentre invece il futuro lo posso avere in mano.

 

Qual è la soddisfazione più grande per lei come attore?

 

La soddisfazione è l’amore che io sento ogni sera dal pubblico. L’ho dato e lo ricevo.

 

 

Da bambino aveva avuto qualche volta l’idea di fare un altro lavoro che non fosse l’attore oppure, vivendo in quest’ambiente, è stato naturale per lei?

 

No. Non ho mai avuto altro desiderio se non quello di fare l’attore. Ho cominciato da piccolo, piccolo, piccolo: avevo sei anni.

 

Cosa consiglierebbe a un giovane che volesse intraprendere la carriera di attore? Di solito gli attori dicono di lasciar perdere.

 

No, io dico che, se il giovane vuole farlo, lo deve fare seriamente, aspettando gli eventi, aspettando con calma che succeda qualcosa. Nel frattempo deve studiare, cercare di farlo il teatro in qualsiasi modo, anche amatoriale, di farlo. Fare il teatro è impararlo perché io non credo alle scuole, io non ho avuto scuole se non quella della vita.

 

Lei poi ha iniziato prestissimo.

 

Ma poi io sono stato privilegiato, non faccio testo, non posso dare consigli perché sono stato in una famiglia di artisti, di attori: sono nato con il DNA degli attori.

 

Anche suo papà era attore?

 

Sì, anche papà e anche mio fratello. Tutti abbiamo questo stesso amore per il teatro solo che mio fratello suona la chitarra. Ha preso dal ramo materno perché mio nonno materno era musicista.

 

Sì, però anche lei ha quest’attitudine.

 

 

Sì, ma poi mamma nasce come cantante. Prima come cantante, poi come attrice. Anche le sorelle nascono come cantanti e hanno recitato nell’avanspettacolo, nel teatro di varietà. Poi, purtroppo, c’è stata la guerra che ha rovinato la loro carriera per cui qualcuna si è sposata ed è andata in America, qualcuna ha smesso.

 

E’ rimasta solo Concetta con il suo figliolo a tenere alta la bandiera del teatro, dell’arte. Comunque, veramente complimenti perché ci trasmettete quest’atmosfera  incantata di Napoli che però purtroppo, pure lei, sta morendo.

 

Attraverso questa mia piccola storia, rispetto alla grande storia bella, ricca e grandiosa di Napoli, si può però capire cosa ci sia rimasto di grande valore nella città ancora oggi.

 

Il cuore, la straordinaria umanità di Napoli che, per fortuna, nessuno riesce a distruggere.

 

Io dico sempre questo. Quando non ci sarò più, voglio che tutti dicano che sono stato una brava persona. Dire della bravura: che sono stato un cantante bravo, un attore bravo non mi importa, perché là ormai non importa più. Se invece dicessero che Peppe Barra è stata una brava persona, mi farebbe più piacere.

 

Sicuramente sarà così. Grazie per la sua gentilezza e la disponibilità. La ringrazio anche a nome dei nostri lettori.

 

 

(13 marzo 2012)


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