“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Antonio Tirabassi e i 12 canti massonici.

di Antonio Porpora Anastasio

 

“Una delle particolarità della Massoneria è che, pur essendo progressista per ideali, tendenze e obiettivi, è tradizionalista nelle forme e nelle cerimonie. Questo doppio carattere deriva dal fatto che, come istituzione, è nata presso un popolo che, spesso all’avanguardia per le riforme politiche e sociali, si distingue per l’arcaismo nell’aspetto esteriore dei suoi organismi costituzionali. Tuttavia, a qualsiasi tendenza facciano riferimento le singole manifestazioni dell’attività massonica, ai massoni è cara la conoscenza di tutto ciò che si rapporta ai suoi riti, alle sue usanze e ai suoi simboli. Con la pubblicazione dei frutti delle sue ricerche nel dominio dei rapporti della musica e del canto con i nostri riti e le nostre cerimonie, il nostro Fratello Tirabassi ha potentemente contribuito alla diffusione di questa conoscenza ed ha fornito elementi interessanti per questa ricerca. (…) Noi ci congratuliamo sinceramente con il nostro Fratello Tirabassi per la sua impresa, e gli auguriamo un pieno successo”.

Questo testo è estratto dalla Prefazione ai “XII Anciens Chants maçonniques” pubblicati a Bruxelles, nel 1932, a cura della loggia massonica “Les Vrais Amis de l’Union et du Progrès Réunis”. Un’edizione piuttosto esclusiva: 250 esemplari stampati su carta Arches (numerati 1/250), 1.000 su carta Old Drury (numerati 251/1.250). Sul frontespizio l’emblema e il motto della loggia, “Vis unita fortior”, il titolo dell’opera e le indicazioni sui suoi autori: Préface du T.C.F. [Très Cher Frère] A. Anspach-Puissant (Grand Commandeur); Notice du T.C.F. O. Desmarest (32º); Transcription musicale du T.C.F. A. Tirabassi; Dessins de M.elle Pinchart.

Dall’Introduzione apprendiamo che: “Le partiture dei 12 antichi canti massonici sono composte della parte di canto accompagnata dal basso continuo. Quest’ultimo è stato realizzato dal Fratello Tirabassi sulla base delle regole dell’epoca, da lui stesso ricostruite”.

L’allusione è all’enorme lavoro di ricerca musicale svolto, già in Italia, da Antonio Tirabassi sin dai primi anni del Novecento, i cui risultati pratici ― “Histoire de l’harmonisation à partir de 1600 à 1750. Les trois règles” (1925), “La mesure dans la notation proportionnelle et sa transcription moderne” (1925) ― gli procurarono la laurea “Philosophiæ Doctorem et Artium Liberalium Magistrum” alla Facoltà di Musicologia dell’Università di Basilea. Per conferire questo titolo fu modificato il regolamento universitario con la creazione di un paragrafo “ad hominem”, poiché Antonio Tirabassi era giunto in Svizzera col solo “Certificato di proscioglimento dall’obbligo dell’istruzione elementare inferiore”, rilasciato ad Amalfi nel 1891.

Ad Amalfi, dove il musicista è nato nel 1882, il nome di Antonio Tirabassi è legato a una strada pedonale (dove era la casa della sua famiglia), a una lapide nella piazzetta “dell’Addolorata” (che, dal settembre 1975, ricorda che fu in quella chiesetta che ebbe il suo primo incarico ufficiale, sostituendo il padre come organista all’età di tredici anni), a una Scuola Civica Musicale nata pochi anni or sono, a qualche citazione in documenti d’archivio e, soprattutto, alla scenografica processione del Venerdì Santo, quando per le vie della città, illuminate dalle sole torce, il coro intona i canti “Sento l’amaro pianto” e “Veder l’orrenda morte”.

La tradizione orale attribuisce questi due canti ad Antonio Tirabassi, però, a tutt’oggi, nessuna prova sostiene tale attribuzione. I testi provengono dalla “Via Crucis” di Pietro Metastasio e, con trascurabili differenze, ripropongono rispettivamente la “Stazione IV: Gesù incontra la sua afflittissima Madre” e la “Stazione XII: Gesù muore in Croce”; della musica esistono, invece, varie versioni che consistono nella ricostruzione effettuata su alcune “parti staccate” provenienti dal repertorio della vecchia Banda Municipale. Ora, pur nel rispetto della “vox populi”, bisogna dire che il Tirabassi, autore di numerosi scritti a carattere scientifico e autobiografico, non ha mai menzionato questi canti, divenuti nel tempo così famosi, né nelle sue memorie, né nei puntualissimi elenchi e cataloghi di proprie opere e pubblicazioni redatti da lui stesso.

Data l’esiguità del compenso che riceveva come organista dell’Addolorata, il giovane Tirabassi, orfano di padre e con due fratelli, per contribuire alla vita della famiglia dovette presto cercare altro lavoro, ma ad Amalfi non trovò nulla di soddisfacente. L’attività musicale vera e propria ebbe per lui inizio a Maiori nel 1904 quando, in seguito a prova pubblica, fu nominato organista della Chiesa Madre dove era stato fatto costruire un monumentale organo plurifonico dall’organaro Zeno Fedeli di Foligno, strumento ancora oggi perfettamente funzionante in virtù del restauro conservativo effettuato a cura dell’Associazione “A. Tirabassi”. In quegli anni a Maiori, grazie al prestigioso strumento e al particolare talento dell’organista, passavano personalità di spicco della vita musicale internazionale (fra cui: L. Perosi, G. Martucci, V. D’Indy, C.M. Widor, U. Giordano, H. Riemann). Fu molto probabilmente in seguito a questi incontri che il giovane amalfitano “prese il volo” per dar consistenza alle sue intuizioni nel campo della musica antica.

Lascerà definitivamente la Costiera verso la fine del 1909, quando in tutta fretta abbandona Maiori e si sposta senza una meta precisa… Dal febbraio di quell’anno non aveva più visto la sua ragazza, una giovane cantatrice di Amalfi, e il 2 novembre, a Boston, era nata una bambina che porterà il suo cognome e il nome di sua madre, Rosa. Una bellissima bambina, futura violinista dilettante, che Antonio Tirabassi non vedrà mai.

Dal 1911 lo ritroviamo a Bruxelles, pioniere dell’allora nascente disciplina musicologica, sposato con una pianista belga dalla quale avrà quattro figli, organizzatore dei “Concerts Historiques”, autore di trascrizioni musicali e di complesse opere teoriche, fondatore dell’“Institut Belge de Musicologie” con contatti e viaggi di studio in mezza Europa. Morirà nel 1947. Dati i suoi interessi filosofici ed estetici e la sua naturale tendenza allo studio dell’origine dei linguaggi, non stupisce che Antonio Tirabassi subisse l’attrazione dei metodi e degli scopi dell’Arte Reale.

I dodici canti massonici pubblicati a Bruxelles sono ripresi dalla seconda edizione della raccolta “La Lire Maçonne” (L’Aia, 1766), un volume di oltre 500 pagine che presenta, “mis sur la bonne Clef, tant pour le chant que pour le violon et la flute”, circa 150 testi musicali per oltre 200 testi da cantare. Molte delle melodie presenti nella raccolta, così come molte delle melodie di musica sacra e religiosa di ogni tempo e di ogni paese, provengono dal repertorio profano e popolare. Si tratta di marce, inni e canti rituali da utilizzare nei lavori di loggia, e non di musica scritta da musicisti massoni, di musica per celebrazioni massoniche, commissionata da massoni o ispirata a ideali massonici. La trascrizione del Tirabassi mirava, quindi, al ripristino dell’utilizzo di quei canti ad uso della “colonna d’armonia”.

Della vita massonica di Antonio Tirabassi non si sa altro. Ciò è dovuto all’eterno timore che qualsiasi forma di assolutismo ha nutrito nei riguardi della Massoneria e dei suoi princìpi: le forze di occupazione nazista, in Belgio dal 1940, vietarono le attività massoniche, misero sotto sorveglianza i massoni e sequestrarono gli archivi, quindi qualsiasi testimonianza anteriore a quel periodo è da considerarsi perduta per sempre.

 

17 marzo 2014

 

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