“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Il Carnevale di Amalfi

di Antonio Porpora Anastasio

 

Nei due periodi di quaranta giorni che vanno dal Natale alla Candelora e dal Carnevale alla Pasqua, da epoche immemori la tradizione ha fissato ricorrenze che accompagnano la circolarità dei ritmi cosmici. Dalla notte del 24 dicembre alla festa di San Giuseppe si susseguono “capodanni” e “carnevali” a intervalli ravvicinati, tutti festeggiati con fuoco rituale finale, a ricordare ora l’una ora l’altra tradizione, ora l’uno ora l’altro calendario. Laddove sono presenti echi di vita contadina, qualcuna di queste tradizioni è giunta fino a noi. Molte sopravvivono, infatti, solo negli eruditi resoconti etnografici, altre riposano nella coscienza di pochi individui, altre ancora sono state cristianizzate o tanto travisate da essere ormai annoverate nel nutrito elenco delle feste in onore del dio Consumo.

Il Carnevale rientra ormai in quest’elenco, e anche le più diffuse etimologie del nome hanno contribuito a confinarne il significato nel carattere godereccio della festa: carni levamen (sollievo alla carne), carnes levare (togliere le carni), carni vale (carne addio). Pochi, infatti, citano la più disinvolta provenienza semantica da car naval, quella “nave dei folli” ispirata all’opera satirica di Sebastian Brant e al Matto dei tarocchi. I carri allegorici ancora oggi in uso deriverebbero dalla barca trasportata su ruote di carro nei giorni delle Antesterie, le antiche feste dionisiache dell’ottavo mese del calendario attico.

In Costiera Amalfitana il Carnevale è festeggiato soprattutto a Maiori dove, grazie all’ampiezza del corso principale e del lungomare, si svolge il “Gran Carnevale di Maiori e della Costa d’Amalfi”, quest’anno alla sua quarantunesima edizione, con sfilate di carri allegorici e di maschere, concerti, serate danzanti, spettacoli teatrali, degustazioni e intrattenimenti vari per bambini e per anziani. Il modello di questa manifestazione è il carnevale mediatico-tecnologico-turistico di Rio de Janeiro, così come per le forme attuali dei più antichi e famosi carnevali di Putignano e di Viareggio.

Ad Amalfi, invece, la festa del Carnevale sopravvive in forme discontinue e contrastanti: dalle sfilate ideate e realizzate da gruppi di amici a quelle curate da associazioni legate agli ambienti ecclesiastici, dalle feste di strada alle feste a pagamento in locali al chiuso.

Le immagini che corredano quest’articoletto, concesse dall’archivio Ricciardiello di Amalfi, ritraggono due rappresentativi carnevali amalfitani: la prima risale al 1988 e presenta il carro “Cacao meravigliao”, una vera e propria stultifera navis capitanata dal carismatico mattatore Andrea A.; la seconda risale al 2004 e illustra la conclusione del “Funerale di Tatillo” sul sagrato della Cattedrale, dove gli elementi del “Gruppo di musica popolare Extra Moenia” rappresentarono la “Zeza”, un isolato tentativo di ripristino delle vecchie tradizioni carnascialesche popolari amalfitane.

Fino a pochi decenni or sono, infatti, il Carnevale amalfitano era festeggiato e ritualizzato con “’O cunto d’ ’a Zeza”. L’antica farsa era proposta nella sua forma settecentesca, con i canonici quattro personaggi interpretati da soli uomini ― Zeza (la madre), Pulcinella (il padre), Vincenzella (la figlia) e Don Nicola pacchesecche (il pretendente) ― e l’accompagnamento musicale modellato sulla melodia che Guglielmo Cottrau attribuì a Domenico Cimarosa. Com’è noto, la rappresentazione mette in scena l’evirazione-morte di Pulcinella mentre tenta di contrastare le nozze della figlia con un giovane studente, e simboleggia il ciclico passaggio stagionale. Ad Amalfi la farsa era ripetuta più volte lungo un percorso che attraversava una buona parte della città, con soste nelle varie osterie e quadriglia finale in piazza Flavio Gioia, dinanzi al mare.

Gli amalfitani di mezza età, inoltre, ricordano anche che, fino agli anni ’80, nel periodo di carnevale le strade di Amalfi erano percorse da ragazzi armati di clave e randelli di plastica, pronti a colpire chiunque, ma soprattutto le ragazze. Spesso i ragazzi si riunivano in bande di quartiere e rivaleggiavano in scontri anche violenti; le “mazze” erano rinforzate e rese più efficaci usandole al contrario, riempendole con sabbia o tappando il fischietto inserito nell’impugnatura. Come per la festa da rua del carnevale popolare brasiliano delle origini, alle “bastonate” si aggiungevano i gavettoni o i lanci di farina, uova, frutta, verdura sui passanti.

Queste azioni, che sembrerebbero sfrenatezze gratuite causate dall’esplosione di impulsi violenti sopiti durante il resto dell’anno, hanno la loro antica origine nei Lupercali, festa romana che si celebrava nei giorni infausti di febbraio. La festa durava tre giorni e terminava con la corsa delle schiere di Luperci, lungo la via Sacra e attorno al Palatino, i quali colpivano chi incontravano, e soprattutto le donne, con strisce delle pelli dei capri sacrificati al dio Luperco. I colpi servivano ad assicurare la fertilità delle donne che offrivano alla frusta il ventre o le palme delle mani. Il senso di tutto questo è da ricercarsi ancora una volta nei riti purificatori e propiziatori che precedono l’equinozio di primavera.

Oltre i consueti usi gastronomici, in Costiera non vi è traccia di altre tradizioni popolari legate al periodo come, per esempio, i tagli e le accensioni rituali di alberi, le lotte fra il bene e il male (del tipo della “Battaglia delle arance” di Ivrea) o le rappresentazioni di mezza quaresima (come “Sega la Vecchia”) messe in scena ancora oggi in alcune località della penisola. Ciò è dovuto molto probabilmente all’azione repressiva che il potere ha esercitato nei secoli contro le tradizioni e i culti popolari collettivi; a sostegno di questa tesi non mancano documenti amalfitani che risalgono fino al XVI secolo. A ciò possiamo aggiungere la planetaria ansia di progresso, in netta opposizione con la natura essenzialmente conservatrice della cultura popolare, e la graduale perdita delle identità locali favorita dall’avvento dei globalizzanti mezzi di comunicazione di massa.

Ma, si può reprimere, edulcorare, svuotare, sostituire, eliminare solo l’aspetto esteriore delle tradizioni, mentre il senso panico e la tendenza al culto difficilmente si potranno cancellare del tutto. Questo è facilmente dimostrato anche dalle semplici sfilate di bambini in costume disneyano con coriandoli di carta colorata e stelle filanti spray.

 

20 febbraio 2014

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