“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Briganti in Costiera amalfitana.

di Antonio Porpora Anastasio

 

«Verso il 1873, o il 1874, ero andato a Cava, vicino a Salerno, per ultimare alcuni lavori. Era con me solo mia moglie; il piccolo Jacques lo avevamo affidato a Vincenzino, il mio fratello maggiore. Per lavorare, ci spostavamo tutti i giorni sulla strada di Amalfi, che costeggia il mare. Lì, in alcune ore del giorno, non passava quasi nessuno; il capitano Müller, un veterano della guerra contro il brigantaggio, ci aveva detto che questo poteva rappresentare un pericolo, perché i briganti erano ancora presenti in quella zona, meno numerosi, meno visibili, ma sempre audaci, organizzati e sostenuti dalla popolazione. (…) Così, quando eravamo sulle rocce della strada di Amalfi, lontani da ogni possibilità di soccorso, mia moglie aveva un po’ paura. Non appena si delineava una sagoma umana all’orizzonte: “Speriamo che non sia un brigante!” L’uomo, un marinaio, un cacciatore o un contadino, passava. “Buongiorno”. “La Madonna v’accompagna”. Tutto qui. (…) Un giorno, però, il passante sembrò sospetto. Era un bel ragazzo, con l’occhio attento e indagatore, camminava con passo sicuro e col fucile in spalla. Ci osservò a lungo, esitò, si fermò…».

Così il pittore Giuseppe De Nittis nel volume Notes et Souvenirs du peintre Joseph De Nittis, assemblato e pubblicato dalla moglie Léontine a Parigi nel 1895, undici anni dopo la sua morte.

Il senso di disagio descritto è simile a quello che, ancora oggi, prova chi percorre la costiera, o le strade che vi giungono dall’alto, quando il tempo è burrascoso, specie di notte. Il buio profondo, il mugghiare del vento e del mare, le rocce e i boschi sovrastanti, i burroni e gli strapiombi sottostanti, l’isolamento. Insomma, gli stessi caratteri che rendono “divina” la Costiera Amalfitana nei periodi di bel tempo, quando è tempesta ne esaltano l’orridità.

A questo precario equilibrio fra elementi naturali, fino a pochi decenni fa si aggiungeva la preoccupazione dei cosiddetti briganti. Ricordo, infatti, che ancora fino agli anni Sessanta del secolo scorso gli anziani della Costiera sconsigliavano di percorrere di notte le vie di Scala, del Valico di Chiunzi e di Agerola.

Dal punto di vista storiografico, invece, la presenza dei briganti sui Monti Lattari è documentata dal 1860 al 1873 circa. In quegli anni di radicali trasformazioni sociali, delazioni, rapine, omicidi, rapimenti e violenze di ogni tipo erano all’ordine del giorno, e il termine “brigante”, fedele all’ambiguità della sua etimologia, finì col racchiudere molteplici, e spesso contrastanti, significati.

Riuniti in bande, i briganti effettuavano incursioni anche nei centri abitati, come avvenne più volte ad Amalfi, Praiano e Ravello. Il timore di tali incursioni era grande, basti pensare che nel luglio del 1862, essendosi diffusa la notizia del possibile arrivo della banda Diavolillo, Francis Nevile Reid, l’illustre filantropo di origini scozzesi al quale dobbiamo le “wagnerianerie” di Villa Rufolo, si trasferì in tutta fretta da Ravello a Sorrento. Altri temutissimi nomi in quella zona erano: ’o Vettichese, Frungillo, ’o Figlio d’ ’a pezzente, Lupocane, Cascettone, ’o Scarduso, Chiuovo, ’o Cavallaro, Caprettella.

Per mostrare come agivano i briganti, riporto un brano di un raro documento amalfitano del 2 aprile 1863: «…nel principio di questa scorsa notte veniva assalito da una ventina di malviventi il villaggio di Lone. Fermatisi alla casa del nostro compare A, vi scalarono per la loggia, e forzandone le imposte vi penetrarono, ed afferratolo, lo ligarono, trasportandolo poscia sotto la suddetta sua casa, ove il sagrificarono a ripetuti colpi di scure, seminandone dappertutto i brandelli del suo corpo squassato. Testé recatomi colà con la forza, nel riconoscerlo non più quegli, ho avuto a compiangere il suo funesto caso, confortando la superstite inconsolabile famiglia. Consumato ch’ebbero tale orrendo delitto, si portarono al casino della B, ove s’introdussero per la porta della scalinata della cucina, scassinandola, e dove hanno operato uno sfregio generale di quanto conteneva, rendendo malconcia la B con delle busse insolenti, portandosi seco loro infine la C, della quale niente ancora si è saputo. Ma non ritornerà certamente più quella…».

Mentre, per ricordare ciò che poteva accadere per motivi politici, basti pensare, spostandoci in area vesuviana, all’episodio della persecuzione di liberali e patrioti operata dalla banda del Monte Somma, nella quale militava Antonio Cozzolino, il famoso Pilone, il brigante più amato della “resistenza borbonica”. Secondo quanto raccontano gli studiosi, quest’ultimo combatté ferocemente i sostenitori del nuovo governo, tra i quali Giustiniano Lebano, avvocato e benefattore di Torre Annunziata originario di Sessa Cilento, la cui splendida villa, ormai in stato di rovina, è ancora oggi ben visibile dall’autostrada nei pressi dell’uscita “Torre Annunziata Sud”.

Già dal 1860, per i suoi importanti incarichi il Lebano era nel libro nero dei filoborbonici, un elenco di ventidue nomi di liberali borghesi da sequestrare o uccidere in Napoli e provincia, e gli fu assegnata una scorta di tre uomini. Tuttavia, un’occasione buona per i briganti si presentò quando assunse la difesa civile di settecento emigranti la cui nave era affondata in seguito all’involontario speronamento da parte di una nave civile inglese. Per raggiungere la Corte d’Appello di Caserta, il Lebano partì in treno. Pilone tese un doppio agguato: prima tentando di fermare il treno sparandogli contro, poi danneggiando la stazione di Cancello, uno dei più importanti nodi ferroviari campani. Il macchinista riuscì a non fermare il treno, però, oltre ai danni causati dagli assalti, ci furono delle vittime tra i passeggeri fermi nella stazione.

Ma… come va a finire l’incontro dei giovani coniugi De Nittis con il presunto brigante della Costiera Amalfitana?

Riassumo: «…“Buongiorno”. “La Madonna v’accompagna!” L’uomo si allontanò, ma, nel giro di cinque minuti, il rumore delle sue grosse scarpe risuonò nuovamente sull’arido terreno; ritornava. La strada era deserta. Sopra di noi, il cielo inesorabilmente blu; vicino a noi, il mare silenzioso. Mi sforzai di continuare a dipingere con la massima cura; mia moglie non abbandonò la posa che abbozzavo sulla tela. Avvertii la presenza dell’uomo dietro di me. “Si può guardare?” “Se volete”. “Sicuro che non disturbo?” “No”. Alzai gli occhi. Mia moglie era serena, anche se molto pallida, non manteneva più la posa e si girava verso di me, poi verso l’uomo. Lui, tranquillamente, lasciò il suo posto e, come noi, si sedette su un masso che sporgeva dal suolo. “C’è un’afa opprimente”. “Sì, e si sente di più quando si cammina”. “Bel quadro. Si vende caro?” “Quando si può. Non sempre. Forse varrà molto denaro più in là, quando sarò vecchio. Volete comprarlo?” Questa mia uscita distese l’espressione duramente attenta del suo volto; scoppiò a ridere. “Io?… per metterlo dove? E poi… gli affari non vanno bene, dopo… i Piemontesi”. Sentivo il bisogno di avere mia moglie vicino a me, per difenderla in caso di pericolo. “Viens voir”, le dissi in francese. Fu un errore. Le parole sconosciute risvegliarono la diffidenza del nostro compagno: scattò rimettendosi in piedi, teso, scontroso, ostile. “È forestiera? Piemontese?” “No. Francese”. Si tranquillizzò e si sedette di nuovo. “Mio fratello è in Francia, dalle parti di Marsiglia. Quando avrete i soldi per il viaggio, andateci. Laggiù sono tutti ricchi; venderete dei quadri. Allora… la signorina è vostra moglie?” “Sì”. “Col sacramento?” “Certo”. Schioccò la lingua, aprì la bocca, si fermò: “Ma… ci capisce?” “Come una Napoletana”. “Ah! Diav… borbottò, trattenendo altre esclamazioni”. Poi: “Posso parlarle?” “Certamente. Lei pronuncerà male; tutto qui”. Da quel momento parlò con mia moglie, molto educatamente. Si informò sul mio mestiere. Lei gli chiese il suo. Trasalì. Un tic alle palpebre, che avevamo già notato, e la chiusura del labbro inferiore sul labbro superiore indicarono la sua pericolosa freddezza, il suo esser sempre pronto a qualsiasi cosa. Dopo aver riflettuto, rispose: “Viaggio… di giorno e di notte… e non temo nessuno con questo…”, percuotendo il braccio con la mano destra indicò il fucile, poi, con gesto sicuro, portò il gomito all’indietro e quando fu di nuovo avanti aveva in mano un coltello, con la punta sul suo indice. Mia moglie cambiò discorso. L’uomo ci diede dei consigli: “Non fate bene a rischiare venendo qui, lontano dal mondo. Si fanno brutti incontri… i briganti!” Al che, io: “Ah! Non avrei mai tanta fortuna!” “Perché?” E mia moglie: “Neh! Venderemmo loro della pittura”. Questa battuta era talmente imprevedibile, anche per me, e resa ancora più comica dall’accento parigino, che ci mettemmo a ridere tutti e così rompemmo il ghiaccio. Sul punto di andar via, estrasse una bottiglia dalla tasca: “Beviamo alla salute della signorina!”. Commisi l’errore di far segno a mia moglie di accettare. Lui se ne accorse e si adombrò: “Lei non vorrebbe?” Spiegai: “Le donne sono come i bambini, bisogna dirgli cosa fare”. Il suo orgoglio maschile approvò. Mia moglie bevve da un bicchiere di metallo; a me passò la bottiglia e lui bevve dopo di me. Il vino era terribile. Mi tese la mano: “Me ne vado. Mi dispiace lasciarvi. Siete brave persone. La Madonna vi farà vendere dei quadri per comprare dei gioielli d’oro alla signorina. Cento di questi bei giorni! Arrivederci”. Si allontanò col suo passo sicuro. Quando disparve, facemmo fagotto. Nel nostro albergo, fuori città, fummo svegliati durante la notte da insoliti arrivi di viaggiatori. L’uomo si sarebbe certamente informato. Un artista con una Parigina si ritrovano facilmente in un paese piccolo come Cava, e so che i Napoletani esageravano i miei guadagni e il mio successo. I miei studi erano sufficientemente completati. Le nostre valige furono raffazzonate rapidamente. Consumato l’ultimo pasto, l’albergatore ci consegnò il conto, singolarmente leggero. Partimmo per Napoli con il primo treno della sera».

 

9 febbraio 2014

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