Napoliontheroad

per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

V.I.T.R.I.O.L.V.M. - simboli ermetici e magia popolare

di Antonio Porpora Anastasio

 

Dal 22 giugno è di scena, nell’Arsenale della Repubblica di Amalfi, la mostra di pittura “V.I.T.R.I.O.L.V.M. - simboli ermetici e magia popolare” con opere degli artisti Annalisa Cerio ed Ernesto Saquella, entrambi molisani.

L’idea di questa particolarissima mostra nasce dal ritrovamento di due antiche formule di medicina popolare in un archivio privato amalfitano, Per li morsi degli animali velenosi e Orazione contro i vermini, trascritte dal sacerdote Filippo Vuolo, attivo nella parrocchia della frazione Lone nel periodo a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo. Questi suggestivi documenti, redatti nello stile del celebre grimoire napoletano “Il libro magico di San Pantaleone”, testimoniano la presenza nel territorio amalfitano di pratiche magico-religiose popolari come nel resto del territorio soprattutto meridionale del nostro Paese. Chi non è più giovanissimo, infatti, ricorda bene i guaritori e i loro rimedi, i chiaroveggenti e gl’indovini da interrogare, i brevi e gli amuleti da indossare, gli scongiuri e i gesti ieratici dei tempestari, gli jettatori dai quali proteggersi, così come le janare e i lupi mannari, gli spiritelli domestici da tener buoni, gli gnomi da non sfidare, le case abitate e i luoghi maledetti. 

Negli ultimi secoli, i timori confessionali e lo scetticismo materialistico hanno classificato tutto ciò fra le pratiche stravaganti e le false idee note come superstizioni, e hanno usato ogni mezzo possibile per metterle a tacere. Eppure, uno dei più famosi maestri d’occultismo dell’epoca moderna, l’esoterista francese Alphonse Louis Constant, affermava che il termine superstizione viene da una parola latina che significa sopravvivere e descriverebbe il segno che sopravvive al pensiero, quindi le superstizioni popolari sarebbero le interpretazioni profane di grandi assiomi dell’antica saggezza sacerdotale. Pochi anni dopo, l’esoterista svizzero Oswald Wirth ribadiva: “…superstizioso significa super stare, sussistere, mantenersi sopra: ora, le superstizioni resistono a tutti i razionalismi in ragione della tenace vitalità che esse debbono a quanto affermano di vero. Esse sono i veicoli inattendibili di preziose verità avviluppate da errori. Scartiamo questi ultimi e troveremo la perla nascosta sotto le incrostazioni che la proteggono”. Insomma, si tratterebbe di qualcosa di non morto che varrebbe la pena di studiare e comprendere.

Il titolo della mostra richiama un noto acronimo alchimistico e racchiude idealmente il senso espresso dall’accostamento delle opere pittoriche di Annalisa Cerio e di Ernesto Saquella, che presentano rispettivamente scene e figure di magia popolare e simboli della tradizione iniziatica classica. Il motto, Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam (Vedi le profondità della terra e, riordinando, troverai la pietra invisibile che è la vera medicina), evoca ad un tempo l’introspezione, le complessità della teoria magica e la semplicità delle sue applicazioni.

Nelle arti la magia è presente da sempre, in tutto il mondo, e non solo come testimonianza di usi e credenze del passato, ma come segno concreto che indica una via alternativa alla realtà apparente, come espressione di una precisa volontà spiritualizzante che tende a cambiare la vita di colui che vi si connette senza pregiudizi. La progressiva laicizzazione dell’arte durante gli ultimi due secoli, dai vari accademismi fino a giungere alla funzionalizzazione di ogni forma di creatività e ai concettualismi odierni, non è riuscita a soffocare l’elemento magico, è però riuscita ad attenuare nel pubblico la capacità di coglierne gli aspetti financo più espliciti.

Questa esposizione di pittura, che propone atemporali immobilità e scene di grande tensione emotiva, lascerà interdetti non pochi fra gli osservatori, i quali difficilmente troveranno argomenti culturali per spiegare il contagio che riceverà dal contatto con la volontà descrittiva degli autori. Le opere in mostra, infatti, mirano al risveglio di eterne consapevolezze e si sottraggono agli intellettualismi estetizzanti legati al gusto, alle mode, alle correnti e alle tendenze.

Le opere di Annalisa Cerio, tratte dal suo ultimo e nutrito ciclo dedicato alla magia popolare, si ambientano nei luoghi della sua memoria e beneficiano dei raggiungimenti tecnici consolidati in anni di lavoro e di studio: ossidi, terre, pigmenti e gesso amalgamati con colla su supporto rigido. Il risultato espressivo è crepuscolare, allusivo, materico: luci incerte, sfondi popolati di presenze indefinibili, consapevole sacralità dei protagonisti, intensità emozionale di chi spera o confida nei risultati dei riti, desiderio di bene. Fra le opere esposte: Il fiore di cardo, rito della vigilia di S. Giovanni per la ragazza che voleva conoscere l’identità del futuro sposo; L’abitino, il sacchettino di stoffa legato agli abiti del bambino fin dal battesimo, contenente formule sacre o piccoli oggetti protettivi; Il rito contro la grandine con l’esposizione e l’accensione della candela ricevuta alla messa della Candelora; Il pozzo con le acque oscure ed immobili dalle quali uscivano le terribili mani di un misterioso personaggio che catturava i bambini che si sporgevano per guardare il fondo; La stadera, fra le cui catene si facevano passare i bambini gracili e malati ritenuti vittime del malocchio o di maledizioni; Il licantropo, lo spettro assassino che si mostrava nelle notti di luna piena; La strega, enigmatica figura apparsa nel medioevo fra le decorazioni occidentali dei monumenti gotici, qui presentata con tutto il suo fascino di profonda conoscitrice di segreti naturali, anche se ritenuta capace di inaudite crudeltà; Le cielle de la mala canzone (l’uccello del malaugurio), il rapace notturno, emblema di saggezza, del quale si diceva: “Beato il posto in cui si posa, triste quello verso cui canta”.

Di Ernesto Saquella sono esposte alcune opere dell’ultimo periodo: l’artista è morto nell’inverno del 2008 all’età di 49 anni, e al febbraio 2007 risale la sua ultima visita in Costiera amalfitana. La sua vasta produzione artistica è suddivisa in cicli che, nel suo caso, vanno intesi alla maniera delle variazioni musicali, vale a dire come possibilità di esplorare il soggetto da tutti i punti di vista, utilizzando acquisizioni precedenti e sperimentando nuove vie, inscenando passaggi logici e metamorfosi assai ardite. Come nel caso dell’arte bruta, il polimaterismo e le audaci semplificazioni delle sue figure simboliche sono il risultato di accurate preparazioni che si risolvono in un rapido gesto finale, ultimo atto della ricerca di una lucida visione mentale inversamente proporzionale alla transitorietà della visione ottica. La deformazione astrattiva di alcune figure, quindi, richiama ideali di equilibrio e mai ansia di modernità. L’uso del colore, raramente fedele al modello, veicola l’attenzione dell’osservatore verso assonanze parallele; la sua pittura a campiture, che ricorda le vetrate medievali delle cattedrali gotiche, mostra l’aderenza all’assunto gauguiniano secondo cui: “Il colore, essendo esso stesso un enigma, non può essere usato che in maniera enigmatica”.

Nelle opere in mostra incontriamo l’apparente staticità del mondo del pensiero simbolico: pesci sospesi nel vuoto, come in alcuni dei cieli di Hieronymus Bosch, temporalmente ambientati in zone di passaggio; glifi alchemici e simboli planetari ed elementari in movimento ascensionale fra correnti nouriche e diafane velature; supporti compositi e découpage di soggetti tratti da celebri trattati alchemici, come, per esempio, l’androgino dell’“Aurora consurgens” attribuito al Doctor Angelicus; alberi che fanno vibrare le corde archetipali del silenzio; croci ottagone che, variamente colorate e stilizzate, fanno riemergere la forza del doppio quaternario di base. Ad Amalfi è esposta per la prima volta anche l’ultima opera realizzata da Ernesto Saquella: mamozio, nome riferito alle vicende legate al primo restauro della statua puteolana del governatore romano Mavorzio, ma anche al fatto che questi fu il dedicatario del trattato di astrologia di ispirazione neoplatonica “De Nativitatibus sive Matheseos libri VIII”. La tavola rappresenta un’insolita sintesi dinamizzata di simboli ermetico-planetari e richiama l’attenzione sulla valenza delle corna taurine, attributo di Giove, di Bacco, di Mosè, o luna falcata che troviamo sul capo di alcune Dee Madri e spesso ai piedi della Madonna Assunta.

La mostra “V.I.T.R.I.O.L.V.M. - simboli ermetici e magia popolare” resterà nell’Arsenale della Repubblica di Amalfi fino alla domenica 27 luglio 2014.

 

13 giugno 2014

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