Napoliontheroad

per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Giuseppe Torre, liberale amalfitano

di Antonio Porpora Anastasio

 

Il Ritratto del Sig.r D. Giuseppe Torre di Amalfi eseguito da Luigi Capone nel maggio del 1834 (olio su tela, cm 72 x 100) è rilevato dalla sua maschera mortuaria, la stessa che servì per realizzare il busto in gesso in seguito marmorizzato dalla pittrice Lisa Krugell. Le due opere, di differente esito, presentano un particolare che le accomuna: sulla fronte del soggetto, in alto a destra, si nota una piccola concavità, causata, per tradizione orale, dallo striscio di un proiettile. Nei differenti luoghi e tempi, le maschere mortuarie hanno avuto molteplici funzioni, in questo caso la maschera fu eseguita per tramandare l’immagine di un valoroso patriota.

Giuseppe Torre, infatti, secondo quanto certificato dal R. Archivio di Napoli il 7 gennaio 1909, “fu presidente della Suprema Magistratura Carbonica di Salerno e membro della Giunta provvisoria di Governo stabilita colà dai rivoltosi. L’Intendente della provincia lo presenta per irreconciliabile. Ottenne il passaporto e ne profittò. Sua Maestà, nel consiglio dei 17 novembre 1825, si è degnata ordinare che fosse tolto per costui il divieto di rientrare nei Reali dominii, dovendosi assegnare il domicilio. Tornato quindi da Corfù nel dicembre 1825 fu costretto a restare in Napoli. Ottenne nel maggio 1826 il permesso di recarsi in Amalfi, sua patria, ove, perché ammalato, specialmente ad un occhio, ritornò sulla fine dello stesso anno. Finalmente dopo parecchie suppliche fu abilitato a rimpatriare, addì 31 agosto 1827”.

Il suo nome, con quelli di suoi familiari, è presente già nell’elenco dei democratizzatori trascritto da Jole Mazzoleni nell’appendice del saggio Ad Amalfi nel 1799 (in: Studi sulla Repubblica Marinara di Amalfi, Salerno, 1935). Lo ritroviamo ancora in una informazione del 1826, scritta dal viceconsole inglese, fra i sorvegliati speciali a Corfù, quale assiduo partecipante alle quotidiane “conversazioni” dei carbonari del Regno di Napoli (in: Rassegna Storica del Risorgimento, Roma, 1939). Va ricordato che l’isola di Corfù “era il rifugio di profughi di più elevata condizione, poiché il Governo inglese protettore dello staterello septinsulare, in cui era compresa Corfù, non permetteva ad alcuno straniero di fissarvi domicilio senza la cauzione di 200 colonnati di Spagna e senza la garenzia di pubblico negoziante o persona facoltosa”. A riprova di ciò basti una frase contenuta in una lettera del 1823 al compare D. Francesco Anastasio di Amalfi: “Se hai de’ comandi a darmi per Corfù, sii certo che sarai servito con zelo”.

Ed è nel 1819, alla vigilia della partenza per l’esilio prima a Tunisi poi a Corfù, che, dal carcere di S. Francesco di Napoli, Giuseppe scrive al figlio Raffaele l’accorata lettera dalla quale estraggo alcuni passaggi: “Carissimo figlio mio Raffaele addio. Con gli occhi che scorrono rivi d’amare lagrime, con la mano tremante, mi sforzo a farti pochi versi. (…) Vuoi tu darmi piacere, vuoi tu farmi vivere tranquillo dovunque io sarò? Vuoi rendere questo piacere al più affettuoso de Padri? Sii docile, sii ubbidiente, sii uniformato ai voleri del cielo, sii strettamente unito ai tuoi fratelli e sorelle, vivi in perfetta armonia con la famiglia. Tronca le amicizie: queste ti ruinano, e queste ti potrebbero tirare ne’ mali; bada a te, bada all’onore ed al benessere delle tue sorelle, e vigila per la retta economia della casa. Voi restate bisognosi, ma quando saprete limitarvi al necessario, quando saprete onestamente vivere, troverete i mezzi per sussistere. (…) Figli infelici in quali tempi vivete voi! Tremate. Possa il buon Dio garantirvi dalle falsità, e dalla Calunnia”.

Mentre nel 1828, da Amalfi: “Ti raccomando lo studio. Leggi sempre, ed applica, altrimenti farai al mondo una cattiva figura. Il Galantuomo lo formano le buone azioni, l’onore, ed i suoi talenti”.

Timori e valori di tempi che furono.

 

29 settembre 2015

 

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