Napoliontheroad

per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Pietro Scoppetta e la musica

di Antonio Porpora Anastasio

 

Pietro Scoppetta era uno degli habitué delle accademie della filiale napoletana di Casa Ricordi, così come di tutte le altre riunioni musicali pubbliche e private organizzate nel capoluogo campano. Alfredo Schettini, suo primo biografo, racconta che non era l’unico pittore presente a tali eventi: “Soleva discutere e polemizzare in materia musicale con Dalbono o Migliaro o Pratella, come lui appassionati cultori della musica. Ne discutevano con evoluto senso critico e spesso le loro dispute diventavano accese, volendo ciascuno difendere la propria teoria”. L’amalfitano era molto attratto dall’arte dei suoni: “Certamente la musica esercitava un potere misterioso sulla sua anima e sui suoi sensi. Ed egli non sapeva o non voleva ascoltarla ad occhi aperti, perché, ad occhi chiusi diceva di vedere la luminosità delle vibrazioni del suono e di sentirne la forma e di vederne il colore anche”.

È noto che il successo che lo Scoppetta ebbe fin da giovane è dovuto in buona parte alla sua attività di illustratore di riviste, libri e, soprattutto, di spartiti di canzoni napoletane. Quest’ultima attività gli permetteva di vivere al fianco di musicisti, poeti ed esecutori, gustandone in anteprima le primizie e contribuendo anche alla fase creativo-interpretativa con i suoi rapidissimi schizzi e disegni. In tal senso è emblematica la dedica sulla bella copertina dello spartito della canzone Povera vita mia! (’O nuovo carcerato), versi di Diodato Del Gaizo, musica di Salvatore Gambardella, pubblicata da Ricordi in occasione della Piedigrotta 1896.

Durante tutta la sua vita artistica, Scoppetta compose ed illustrò copertine per numerosi editori di musica napoletana, e soprattutto per la casa editrice di Ferdinando Bideri, la più importante e longeva del settore. L’incontro con il Bideri avvenne in costiera amalfitana, a Vettica Maggiore, dove la moglie dell’editore aveva una casa dove i coniugi andavano di tanto in tanto a riposare. Durante uno di questi soggiorni il Bideri notò il giovane pittore che dipingeva en plein-air, ne apprezzò il talento, ne intuì le potenzialità. Nacque l’amicizia, Pietro Scoppetta divenne il suo principale illustratore e, a Napoli, si può dire che viveva in casa Bideri, dove fu anche maestro e istitutore del figlio Renato. A questo sodalizio dobbiamo le immagini che da sempre accompagnano canzoni napoletane famosissime quali, per esempio, la lavannara di ’O Sole mio, l’auciello freddigliuso di Catarì e tante tante altre. Si tratta di immagini strettamente connesse al resto, tanto che Max Vajro scrisse, a proposito dell’acquerello scoppettiano, che “non è un elemento meramente esplicativo della canzone, ma una terza forza, parallela, che s’unisce a quelle della poesia e della musica”.

Ancora a proposito della sua passione per la musica, Schettini dice che lo Scoppetta non era solo un fruitore, ma componeva egli stesso musica “ad orecchio, suonando con un sol dito il piano”, e ci segnala anche due sue composizioni, le uniche di cui si ha notizia, firmate con lo pseudonimo “O. Zagara”: Loin d’elle, Valse Tzigane per pianoforte, e Serenata bianca, una melodia per voce e pianoforte su versi di Anton Menotti-Buia, dedicata “a Umberto Giordano” (sulla stessa melodia è possibile cantare anche i versi di Bella d’ ’a Costa di Pasquale Cinquegrana).

Le due composizioni sono incluse nel fascicolo Amalphis, pubblicato da Pierro e Ricordi nel 1911 a beneficio del Comitato “Pro Amalfi” per la raccolta di fondi per i danni causati dal nubifragio del 24 ottobre 1910. Nel fascicolo troviamo, riprodotto in fac-simile, anche il manoscritto di una breve composizione per voce e pianoforte di Pietro Mascagni (1863-1945): Estemporanea, dedicata “All’amico Pietro Scoppetta”. La brevissima lirica fu improvvisata nel marzo 1899 al tavolino di un bar romano dove il pittore, durante l’attesa di un treno, aveva chiesto al maestro un autografo per una pubblicazione. Quest’ultimo, più che tracciare pentagrammi e note a memoria, preferì scrivere qualcosa di nuovo e a sua volta chiese dei versi da musicare. Il pittore gliene dettò alcuni suoi e così, su un foglietto di carta da lettera, nacquero le diciassette misure pubblicate.

I versi musicati dal Mascagni consistono nella prima quartina della lirica giovanile Come farfalla. Gli stessi versi, completi della seconda quartina, sono stati musicati da Umberto Giordano (1867-1948), il quale ha musicato anche Per non soffrire, la quinta lirica della raccolta Ritmi del Cuore (1919). I versi di Tu sei partita, quarantanovesima lirica della citata raccolta, sono stati musicati da Gustavo Campanini (1879-1962) e da Luigi Gazzotti (1886-1923).

Un ultimo aspetto del legame del pittore con la musica, aspetto che aggiungo a quelli di cultore, illustratore, dedicatario, compositore di musica e autore di versi, è quello di cantante di macchiette. In questa insolita veste ce lo presenta, nella sua autobiografia, il musicista Antonio Tirabassi, suo giovane amico dei tempi amalfitani. Il Tirabassi racconta che, dopo essere stato a Parigi dal pittore, al momento del rientro “…avevamo appena il prezzo d’un biglietto Parigi-Napoli, in terza classe, bene inteso. Liquidammo tutto il liquidabile dai rigattieri, e verso sera eccoci in treno, sulla P.L.M. … Le tasche vuote, eccoci immobilizzati alla città frontiera di Modane. Vivemmo dei proventi del Caffè-Concerto, Scop essendosi improvvisato macchiettista in viaggio col suo accompagnatore. – Il programma dell’organista è cambiato – dicevo a Scop fra l’esecuzione del Miope o altra macchietta a doppio senso –, se i canonici della Collegiata sapessero ov’io sono, Scop… – Senza dubbio vorrebbero esser al tuo posto! – soggiungeva questi”.

Possiamo solo immaginare il divertimento di queste performance, per farsene un’idea basti la citazione degli ultimi versi de Il Miope (di Antonio Barbieri; la musica è di Vincenzo Di Chiara):

 

So’ gghiuto ’a casa ’e Mario perché l’avea parlà.

Domando a quella bestia del portinaio s’è in casa?

Signò, non so, rispondemi, ’o campaniello è llà!

E p’ ’o truvà, in un angolo, mezz’ora ci ho mettuto…

Tiro la fune e sentomi:

Chi è?

Neh, c’è Caputo?

E và nce ’o spija a soreta… pezzo di mascalzone!

A me? perché st’ingiuria ― Neh, guardaportò?

’A fune ’ite sbagliato… Chill’è frisco nzurato, e ve mettite a dicere… si c’è caputo o no?!

 

6 dicembre 2014

 

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