Napoliontheroad

per la rubrica: 

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

Proposta per un presepe… vivente


di Antonio Porpora Anastasio

In questo periodo dell’anno non c’è paesino o quartiere in cui non si espongano presepi di ogni genere, in cui non risuonino zampogne e ciaramelle o le sdolcinerie melodiche d’oltreoceano, in cui non risplendano oggetti scintillanti e luci artificiali. Non è facile sottrarsi all’esagitazione collettiva, e cresce sempre più il numero di coloro che provano indifferenza, infelicità e imbarazzo per le falsità esibite in concerti, spettacolini, sfilate e ricostruzioni in costume. C’è, tuttavia, chi si lascia contagiare dallo “spirito del Natale”, chi riesce a vivere il particolare momento in armonia con le forze cosmiche operanti nel silenzio e nell’oscurità del periodo. Un’occasione per far questo è offerta dall’arte, e in particolare dal pensiero sintetico vivificato nell’arte pittorica. In tale dominio si colloca la mostra Emblemi e misteri del Presepe tradizionale napoletano dell’artista Annalisa Cerio, di scena a Mondovì dal 13 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016 nella Chiesa di San Filippo. 
Quattordici tavole che presentano momenti e figure della Natività desunti dalla tradizione letteraria canonica ed extra-canonica sacra e popolare. 
Il debutto di questo ciclo pittorico, il quinto dell’artista molisana, avvenne ad Amalfi il 13 dicembre 2012 nella sala della Biblioteca Comunale “Pietro Scoppetta”, e le dodici opere in mostra, esposte secondo un ordine non casuale, furono riprodotte nell’elegante opuscolo Natale ad Amalfi - Strenna 2012. Alle tavole esposte ad Amalfi se ne aggiungono due nuove, Zampognari e Natività, e il percorso visivo, che trasforma l’esposizione in una sorta di mutus liber da sfogliare con piena partecipazione, diviene ancora più articolato. 

Si comincia con Benino, il pastorello dormiente e sognante, emblema delle condizioni essenziali per il consapevole accesso al “Regno dei cieli”. Con Ciccibacco entra in gioco l’ebbrezza, che mette l’uomo in relazione con le forze dell’universo fisico. L’Oste è il promettitore che nega l’ospitalità alla sacra coppia esponendola ai pericoli del viaggio notturno. L’intensità dello sguardo dell’Angelo di adorazione introduce una dolcissima Natività, con Giuseppe che incrocia lo sguardo di chi osserva l’opera quasi a scrutarne i sentimenti. Segue l’annuncio ai pastori; la Meraviglia del più semplice e innocente indica l’atteggiamento ideale per accostarsi al Mistero. Nel Paesaggio troviamo l’intero canovaccio presepiale; tutto spinge verso il punto più basso dov’è la grotta, con angeli, pastori e doni per adorare la Luce nascente. La Tradizione vuole che i primi pastori giunti dinanzi alla mangiatoia abbiano il loro nome: Sator, Arepo e Teneton secondo alcuni; Giuseppe, Isacco e Giacobbe secondo altri; Misaele, Achele, Ciriaco e Stefano secondo altri ancora (le sole iniziali di questi nomi, scritte su carta fra le prime e le ultime due cifre dell’anno in corso e separate dal segno della croce e indossate a mo’ di breve – oggi sarebbe: 20.M+A+C+S+.15 – avrebbero il potere di proteggere da influssi malefici, incendi, furti e varie malattie). Ancora da una leggenda popolare deriva la figura di Stefania, presentata di spalle nell’atto di allontanarsi dopo l’adorazione e la grazia ricevuta. Gli Zampognari introducono lo “spirito di armonia”, la musica, la facoltà di esprimere ciò che avviene nell’anima dell’uomo. Non parlando d’altro che di se stessa, la musica terrena sembra essere “un’eco minima della sorgente divina”; in tal senso la coppia zampogna-ciaramella, armonia-melodia, scena-attore evoca il senso panico dell’emozione: è quasi impossibile, infatti, chiudersi agli effetti della precaria intonazione dei due possenti accordi della zampogna e delle composte o sguaiate volute sonore del solista. La musica cambia volto ne La banda dei mori, omaggio al fantasioso corteggio dei magi ad uso dell’aristocrazia napoletana, i cui componenti appaiono un po’ confusi, senza una guida sicura. La placida regalità della Regina mora introduce il momento più ricco di sviluppi interpretativi, l’Epifania, ovvero l’adorazione dei magi. Anche per questi ci sono più nomi: Ator, Sator e Perarotas secondo alcuni; Appelus, Amerus e Damasius o Galgalath, 
Malgalath e Sarachim per altri; Gaspare, Melchiorre, Baldassarre secondo la tradizione consolidata. Tre i doni offerti: oro (simbolo di regalità), incenso (di divinità) e mirra (di caducità umana, in quanto sostanza utile per la preparazione di medicamenti e di unguenti per l’imbalsamazione). Per alcuni, fra cui il veneziano Marco Polo, il Bambino avrebbe contraccambiato con un Suo dono, una pietra tempestaria dentro un bossolo. Il Passaggio [nella foto] sul ponte di dodici figure incappucciate (i morti che rientrano nell’aldilà) chiude tradizionalmente il corteo dei magi e rappresenta l’attraversamento delle serie di notti magiche con tutto ciò che ad esse si ricollega. Come congedo la fresca immagine di un cavaliere nel pieno vigore fisico, Artabano, il leggendario quarto magio il quale, a causa della generosità che ne interrompe di continuo il viaggio, raggiungerà il Cristo solo dopo trentatré anni, sul Golgota. 
La mostra di Mondovì costituisce, in definitiva, una potente esortazione a penetrare l’intimo senso di 
quello “stile di vita” descritto nei Vangeli e alla portata di chiunque lo voglia “imitare”. Con il suo moderno e puro linguaggio figurativo, accompagnato da codici cromatici di forte impatto e da originali atmosfere compositive, l’arte della Cerio propone, quindi, un presepe non solo “vivente”, bensì da vivere.

17 dicembre 2015



Condividi su Facebook