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per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

La lezione di Mao d’Amalfi

di Antonio Porpora Anastasio

 

La scienza dello spirito dice che le forme del mondo minerale sono da considerarsi quali gesti della natura, l’espressione di quanto c’è di vivo anche nell’inorganico. Lo scultore, colui che vede tali “gesti”, li metterebbe a nudo rendendoli esperibili per coloro che ne possano comprendere il senso profondo. Anche lo scalpellino sarebbe dotato di tale veggenza, ma orientata maggiormente in campo fisico. Questa breve premessa per introdurre la figura di Mao, agnome di Francesco Mangieri (1935-2013), ebanista, mosaicista, mercante d’arte, scultore e ceramista “di strada” amalfitano.

Esclusa una parentesi ravennate, Mao ha vissuto sempre in Costiera Amalfitana. In Costiera si è formato il suo gusto, in Costiera si è formata la sua mentalità, in Costiera ha dovuto affrontare le erculee fatiche necessarie alla sopravvivenza quotidiana. E la Costiera, nonostante i miti e gl’incanti riservati ai consumatori di precotti e surgelati, di miracoli e maremoti, è un posto dove non è per nulla semplice sviluppare e coltivare autentiche doti creative. In tale habitat fortemente autoreferenziale, le opere di Mao intrise di richiami medievali più o meno espliciti sono apprezzate ed esibite con orgoglio, mentre quelle meno “bizantine” risultano enigmatiche.

Mao giunge alla pietra in età matura, dopo lunghi anni di frequentazione del bello sia come autore di artigianato in legno, utile o decorativo, sia come acquirente e venditore di oggetti d’antiquariato e di artigianato artistico. Solo alla fine degli anni ’80 la pietra diviene, improvvisamente, il supporto ideale per la scrittura del suo mondo interiore capace di specchiare realtà visibili e di sogno.

Alla pari con i rivelatori del medioevo, epoca a torto ritenuta oscura, per le sue sculture Mao privilegia il linguaggio dell’allegoria: le sue rappresentazioni più o meno deformate e simboliche dell’uomo e della natura ci riportano indietro nel tempo, ma, a mio avviso, qui non si tratta di un tempo storico, bensì del tempo in cui le facoltà percettive dell’umanità progredita permettevano di vedere davvero il mondo e le sue cose, e non di verificarne la sola superficie.

I suoi codici visuali sono solo in apparenza di immediata comprensione: i suoi volti, dalle espressioni ferme o drammatiche, gli animali, con attributi spesso estranei alla loro specie, e i gruppi, disposti talvolta secondo imprevedibili soluzioni compositive, parlano di realtà interne alla materia stessa così come le verbose fissità delle decorazioni gotiche o le ingenuità iconiche dei Tarocchi.

Quale perfetto autodidatta, Mao diceva che una volta vista la forma che sarebbe emersa dal blocco, sia pure mediante rapida suggestione tattile, procedeva senza rifarsi a nessuno e “comme me dice ’a capa”. Non sprovvisto di ironia, riusciva ad interpretare con sincera originalità anche temi convenzionali, sacri e profani, con intromissioni e citazioni che arricchiscono l’opera in modo esponenziale.

Valga per tutti l’esempio di due opere “sorelle”: Regina Giovanna e Regina di Ravello. La prima, poco sorridente, sprofondata e imprigionata alla maniera michelangiolesca nella stessa pietra da cui dovrebbe venir fuori, a rappresentare sia la leggendaria tragica morte della Regina Maria Giovanna D’Aragona, rinchiusa nella Torre dello Ziro e poi trucidata con cameriera e figli, sia lo stato di Amalfi stessa, paralizzata dal peso del suo nome e dalla sua centralità territoriale. La seconda, sorridente, snella, curata nei particolari, protesa in avanti e impreziosita da inserimenti di pietre colorate, a rappresentare sia la posizione e i colori di Ravello, sia la maggiore leggerezza amministrativa che le permette il sorriso; un sorriso che, però, si rivela anche beffardo se si ripensa alle origini del nome della Città della Musica.

Fra i lasciti di Mao alla sua amata Amalfi c’è il M. M. Museo, un giardino pensile nel centro cittadino che ospita in permanenza sue opere e, periodicamente, esposizioni di altri artisti. Grazie alla operosa sensibilità dei suoi discendenti, il museo è tutt’oggi in funzione e i visitatori possono ammirarvi anche l’emblematica urna che contiene le sue ceneri, da lui stesso realizzata da un blocco di stalagmite.

Nei suoi ultimi anni, per ragioni legate a problemi di salute, Mao abbandonò la pietra e si dedicò alla ceramica. Nel settembre 2012 per la prima volta si propose pubblicamente come Maestro in una serie di lezioni teorico-pratiche, gratuite, organizzate nel luogo in cui era solito scolpire. Con questo esperimento intendeva dare l’avvio a qualcosa di periodico e di stabile, con scambi e aperture verso altri centri culturali ed artistici. Le lezioni, di vario livello a seconda dei partecipanti, ebbero un buon seguito: l’esempio di Mao fu colto in pieno e alcuni semi sono stati gettati, bisognerà però attendere tempi naturali per vederli germogliare e fiorire.

Una soddisfazione postuma giunge per Mao proprio in questi giorni grazie al Progetto Praiano NaturArte, un allestimento di apotropaiche installazioni posizionate lungo gli itinerari pedonali del paese. Un bell’esperimento di “ingegneria civica”, nato da decisioni bipartisan e affidato alle cure della collettività, che coinvolge sette noti ceramisti e, infine, Mao, ben rappresentato da trenta sculture in stalagmite che accompagnano il viandante nell’ascesa verso il convento rupestre di Santa Maria a Castro.

 

20 maggio 2016


 

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