“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

L’affaccio negato sul mare

di Antonio Porpora Anastasio

 

Nel volumetto Pictures from Italy, Charles Dickens descrive le impressioni ricevute durante il viaggio in Italia con la famiglia negli anni 1844-1845. Rinunciando a ribadire le note e gloriose bellezze nostrane, lo scrittore si sofferma sugli aspetti negativi che incontra in ogni dove, da nord a sud: sporcizia, puzza, disordine, trascuratezza, rovina, pigrizia, indifferenza, abbandono, volgarità, disonestà, miseria, crudeltà.

Tuttavia, fra le ultime parole del libro l’autore augura al popolo italiano, popolo nobile che non avrebbe perduto i caratteri positivi testimoniati dalle bellezze naturali e artificiali di cui il paese trabocca, di risorgere dalle ceneri dopo i tanti secoli di oppressione e di malgoverno che lo hanno ridotto così… Let us entertain that hope!

E proprio a Napoli, sperimentando il contrasto fra il bellissimo naturale, il bello storico e il degrado che si presentava alla vista, Dickens teorizza una nuova concezione del “pittoresco”, che dovrebbe scaturire dal rapporto tra il bello preesistente e la capacità di meritarlo e di rappresentarlo da parte di chi ne fruisce dalla nascita.

Ripensavo a questo concetto mentre subivo la sensazione di disagio che sopraggiunge allorquando si entra nella Cattedrale di Amalfi dalla porta a destra rispetto al portale centrale; sensazione causata da oscurità, umidità, coaguli di effluvi umani e di marcescenze vegetali, residui dell’accensione di combustibili chimici e del fumo di incensi di bassa qualità. Ricordavo che sin da ragazzo mi chiedevo come mai con tanta aria pulita, tanta luce e una così ampia apertura sulla piazza sottostante, esistesse quel passaggio miasmatico ed oppressivo.

La risposta, scoprii più tardi, è nella lunga storia del sacro edificio, che si conclude col restauro della facciata ultimato nel 1891 (una vicenda assai articolata e puntualmente raccontata da Giuseppe Fiengo nel volume Il Duomo di Amalfi. Restauro ottocentesco della facciata, 1991).

L’immagine dell’ecclesia major di Amalfi è fra le più famose al mondo. Il suo impianto scenografico, fissato secondo i canoni estetici coltivati dai suoi autori, aggiunge fascino alla romantica location: posizione soprelevata e arretrata rispetto al piano della vita ordinaria, sfondo multiplo dato dal cielo, dalle rocce a strapiombo e dalla solenne immobilità della Torre dello Ziro. Senza tutto ciò, se al posto della celebre scalinata ci fosse stato un palazzo come gli altri, la piazza stessa si presenterebbe per quello che è, poco più di uno slargo rispetto al sottostante canale del torrente.

Proviamo, però, ad immaginare quanta leggerezza, quanto slancio in più avrebbe avuto il complesso se fosse stata rispettata l’intuizione dell’architetto Alvino, secondo cui l’atrio doveva recuperare la probabile originaria simmetria, con l’eliminazione delle costruzioni private al lato sud e un uguale numero di campate a destra e a sinistra della scalea.

Dai vivaci resoconti amministrativi del tempo apprendiamo che un gruppo di cittadini si fece promotore del progetto di recupero e che, una volta sapute intoccabili quelle “indecorose servitù”, il tutto fu gradualmente insabbiato e poi dimenticato.

Da altri documenti, inediti, apprendiamo che qualche “capo scarico” sognò, ipotizzò e propose il prolungamento dell’atrio fino a raggiungere l’affaccio sul mare.

La faccenda resta ormai chiusa nei documenti e così dobbiamo accontentarci di ciò che abbiamo, che per fortuna non è poco; resta, però, un po’ d’amaro per l’occasione irrimediabilmente perduta.

Lo stesso amaro che assaporiamo per ogni bidonville e scatolame abitativo esistenti sul territorio – per non parlare degli edifici di pubblica utilità, fino al maravilhoso auditório acima Ravelho… – e legalmente autorizzati o sanati da quella legge che, come avverte Raffaele Viviani, è na ruffìana ca sente sulo ’addore d’ ’a mangianza; e, quanno s’è abbuffata bbona ’a panza, te proje pe’ zetelluccia na puttana. …’a legge, chesta mala cana che t’ha ’mbrugliato ’o gghiusto d’ ’a valanza, sta annascunnuta ’areto ’a persiana. E ’a llà le dice ’e nun lassa’ ’a speranza: mentre tu saie ca si t’astregne ’a mano, già tene pronta l’arma ca te spanza.

Le nuove generazioni saranno più sensibili riguardo a questi problemi? Continueranno ad accettare supinamente le clamorose sviste del passato, a perpetuarle, o riusciranno – sospendendo per un attimo l’attenzione dagli smartphone – a recuperare il rispetto e l’amore per ciò che hanno, per il prossimo, per il luogo in cui vivono?

Chissà…

Intanto, non mi resta che ripetere il motto dickensiano: Let us entertain that hope!

 

31 ottobre 2015

 

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