Napoliontheroad

per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

“Gorky et Schaliapin”, due amici in Costiera amalfitana

 

 

di Antonio Porpora Anastasio

 

Due rare immagini degli anni ’30 documentano il passaggio in Costiera amalfitana dello scrittore Maksim Gor’kij e del cantante Feodor Chaliapine. Il primo a Ravello, a Villa Rufolo, in compagnia dello scrittore A. N. Tolstoj, il “conte rosso”; il secondo ad Amalfi, con la famiglia, accompagnato dall’albergatore don Crescenzo Gambardella.

Un’altra bella e rara immagine ritrae i due artisti ai primi tempi della loro amicizia. Nella sua seconda autobiografia, Pei sentieri della vita, lo stesso Chaliapine racconta il loro incontro: “…sentii pronunciare per la prima volta il nome di Gor’kij dal mio caro amico Sergej Rachmaninov, il famoso musicista. Ero a Mosca. Un bel giorno, Sergej venne da me con un libro in mano: ― Leggi questo libro, ― mi disse, ― vedrai che meraviglioso scrittore ci è nato. Certamente è un giovane. Si trattava, credo, della prima raccolta di Gor’kij, Makar Čudra, e altri racconti dell’inizio della sua carriera letteraria. Questi racconti mi piacquero enormemente. Si sprigionava da essi un’atmosfera nella quale la mia anima si sentiva benissimo. (…) Scrissi all’autore, a Nižnij Novgorod, per comunicargli il mio entusiasmo. Non ebbi risposta. Quando cantai nel 1896 all’Esposizione di Nižnij, non conoscevo ancora Gor’kij. Tornai in questa città nel 1901. Cantavo al Teatro della Fiera. Una sera, che si rappresentava La vita per lo Zar, mi dissero che Gor’kij era in teatro e che voleva fare la mia conoscenza. Nell’intervallo vedo giungere un uomo il cui volto mi sembrava originale e attraente, anche se non molto bello. Lunga e magnifica chioma, naso dalla forma piuttosto comica, zigomi molto sporgenti e soprattutto occhi ardenti, profondi, pieni di bontà e di una limpidezza singolare, come le acque chiare di un lago. Aveva i baffi e la barbetta. Sorridendomi leggermente mi tese la mano, la strinse a lungo e mi disse con l’accento natale del nostro Volga: ― Ho sentito dire che siete delle parti nostre. ― Sembra, ― risposi io. Da quella prima stretta di mano provammo, (almeno io certamente), una profonda simpatia l’uno per l’altro. (…) Più tardi, durante i mesi di primavera e di estate, andai abbastanza spesso a Capri dove abitava Gor’kij”.

In Russia, a causa degli avvicendamenti politici degl’inizi del ‘900, Chaliapine, di origini contadine ma nominato sia “Solista di Sua Maestà” sia, successivamente, “Artista del Popolo”, subì persecuzioni di ogni tipo e alcune volte temette il peggio per sé e per i suoi familiari. La propaganda generava pericolosi e frequenti equivoci e non di rado la gente, aizzata da false notizie, lo insultava per strada chiamandolo “servitore, traditore, canaglia, schiavo” e così via.

In una di queste occasioni, Chaliapine cercò il conforto dell’amico: “Ero curioso di sapere che cosa pensasse Gor’kij dell’incidente. Gor’kij era a Capri, e si manteneva in silenzio. (…) Gli scrissi, e in risposta ricevetti l’invito di andare immediatamente da lui. Contrariamente alla sua abitudine, ch’era di attendere i suoi ospiti in casa o al luogo di sbarco, egli prese questa volta un canotto e mi venne incontro sino al piroscafo. Amico dalla grande anima delicata, egli aveva compreso e sentito sino a qual punto fossi tormentato in quei giorni. Fui così commosso dal suo nobile gesto, che non potei trattenere le lacrime. Gor’kij mi calmò, e una volta di più mi fece capire che conosceva bene il giusto valore della cattiveria umana”.

Fra gli ultimi capitoli del libro, Chaliapine torna ancora sull’amicizia con lo scrittore, ormai appannata: “Benché la nostra conoscenza sia stata relativamente tardiva, (a quell’epoca eravamo già noti ambedue), ho sempre considerato Gor’kij come un amico d’infanzia, tanta gioventù e spontaneità sono state nelle nostre relazioni. I primi anni della nostra vita li abbiamo, in un certo senso, trascorsi insieme, fianco a fianco, senza aver mai sospettato le nostre esistenze. Usciti ambedue dalla miseria e dall’oscurità di un quartiere del suburbio, lui da Nižnij Novgorod, io da Kazan, avevamo seguito la stessa strada per conquistare la gloria. C’era anche accaduto di picchiare lo stesso giorno, alla stessa ora, alla porta dell’Opera di Kazan, e di aver fatto nello stesso tempo l’esame di corista. Gor’kij era stato ammesso, mentre io ero stato bocciato. Quante volte, più tardi, ci siamo ricordati ridendo di quest’avventura!… Le nostre strade s’incontrarono anche molte volte durante una vita che fu per noi egualmente triste e penosa. In un porto del Volga io facevo la ‘catena’ e passavo i cocomeri; lui, assunto come facchino, scaricava i sacchi dai battelli sulla riva. Mentre io lavoravo da un ciabattino, Gor’kij era probabilmente nei paraggi, presso un fornaio. (…) Gor’kij mi entusiasmava per il suo grande talento letterario. Tutto ciò che egli ha scritto sulla vita russa mi era così familiare, così vicino, così caro, che avevo l’impressione di aver personalmente assistito alle scene dei suoi racconti. (…) Durante la rivoluzione bolscevica, trovatomi nella dolorosa alternativa di abbandonare il paese natale o di restarvi a soffrire, tormentato dalle nuove condizioni di vita e di lavoro, quando finalmente, dopo una penosissima crisi di coscienza, decisi di fuggir dalla Russia, non ebbi l’impressione che Gor’kij disapprovasse la mia fuga. E fu soltanto assai più tardi, quando già da un pezzo mi trovavo all’estero, che ricevetti una lettera di Gor’kij, il quale mi proponeva di ritornare nella Russia sovietica. Ricordando come fosse penoso vivere e lavorare laggiù, e non comprendendo come Gor’kij avesse cambiato opinione, gli risposi che non avevo gran desiderio, per il momento, di ritornare in Russia. E gli esposi sinceramente le mie ragioni. La mia lettera gli fu spedita a Capri. (…) Gor’kij non tornò mai sull’argomento. Più tardi, tuttavia, andai a cantare a Roma ed ebbi un colloquio con lui. Sentii che il mio primo rifiuto di seguire il suo consiglio aveva un po’ raffreddato i suoi sentimenti verso di me. Tuttavia mi disse ancora, con lo stesso tono amichevole, che il mio ritorno in Russia era indispensabile; e nuovamente e più risolutamente io rifiutai, dicendogli che non avevo voglia di andarci. Perché? (…) Avevo paura, non già di questo o di quel governante, di questo o di quel capo in ispecial modo, ma della nuova organizzazione dei rapporti umani, della ‘macchina’ sovietica. (…) Sentii che il mio rifiuto non aveva fatto molto piacere a Gor’kij e quando, più tardi, il potere sovietico adottò verso i miei diritti, anche all’estero, una posa piuttosto strana, e insistendo nella mia decisione di non rientrare in Russia ne trassi tutte le conseguenze logiche, e osai persino difendere quei miei tali diritti, una fenditura profonda si fece nella nostra amicizia…”.

 

Chiudo con un’altra citazione, questa volta tutta amalfitana: il breve racconto di un incontro a Napoli con Maksim Gor’kij tratto da una delle due redazioni di A. D’Amalfi. Le roman d’un musicien pauvre del musicista Antonio Tirabassi.

Traduco liberamente:

Il grande caffè di via Duomo, il Caffè degli Artisti, non aveva porte! Del resto, a cosa sarebbero servite visto che non chiudeva mai, né giorno né notte?

I borghesi che vi capitavano erano attirati dal chiasso del locale… e subito si allontanavano.

Al Caffè si svolgevano i ricevimenti extra-accademici e le orge sardanapalesche a buon mercato.

È là ch’ebbe luogo il banchetto il cui festeggiato, celebre avvocato, a proposito della sua promozione a Cavaliere disse: ― Ai tempi della barbarie si mettevano i ladri in croce, oggi si fa il contrario… ― e concluse con una rima fra l’idea del piacere di trovarsi fra amici e un’imprecazione. Si può immaginare il successo tumultuoso che ottenne quest’idea così nuova e spirituale…

In questo locale rumoroso fu ricevuto Maksim Gor’kij nel periodo in cui soggiornava a Capri per curare i suoi polmoni.

Al centro di una folla urlante e gesticolante l’eminente scrittore salì sul tavolo e iniziò il suo discorso. Naturalmente neppure in questo caso si riuscì ad ottenere un po’ di silenzio, e dopo il discorso il russo scese dal tavolo accompagnato da un uragano d’applausi mentre l’oste gli stringeva la mano.

Di colpo Gor’kij scoppiò a ridere tanto forte che dovette sedersi. Accorsi con premura apprendemmo che l’oratore aveva gesticolato e aperto la bocca senza pronunziare una sola parola. Gor’kij disse, alla fine, di non aver mai avuto un tale successo, poiché il riso è la funzione più importante della vita…”.

 

16 maggio 2014

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