Napoliontheroad

per la rubrica:

“Storie e racconti dalla Costiera Amalfitana”

 

Due ritratti maioresi di Giacomo Di Chirico

di Antonio Porpora Anastasio

 

Dal Registro degli Atti di Matrimonio del Comune di Maiori: “L’anno mille ottocento settantotto, il giorno primo del mese di Settembre alle ore sette pomeridiane, nella casa posta nel vicolo Barca a vela numero uno. Avendo la Signorina Emilia, Agnese, Rosa d’Amato giustificato, che per indisposizione di salute è ad essa assolutamente impedito di recarsi nella Casa comunale per celebrare il matrimonio, io Conforti cavalier Francesco Sindaco, ed uffiziale dello stato civile di questo Comune di Maiori col mio Segretario Signor Bandini Avvocato Luigi, mi sono trasferito in questa casa ove ho trovato primo il Signor Giacomo, Ernesto, Eduardo Dichirico [sic], celibe di anni trentaquattro di professione pittore nato in Venosa ove risiede, …secondo la Signorina Emilia, Agnese, Rosa d’Amato nubile di anni ventidue, gentildonna, nata in Maiori ove risiede, …i quali mi hanno richiesto di unirli in matrimonio, …ho letto agli sposi gli articoli cento trenta, cento trentuno, e cento trentadue del codice Civile, e quindi ho domandato allo sposo se intende di prendere in moglie la qui presente Signorina Emilia, Agnese, Rosa d’Amato, ed a questa se intende di prendere in marito il qui presente Giacomo, Ernesto, Eduardo Dichirico, ed avendomi ciascuno risposto affermativamente a piena intelligenza, anche dei testimoni sotto indicati, ho pronunziato in nome della Legge che sono dessi uniti in matrimonio”. Più avanti, non sorprende leggere che uno dei quattro testimoni firmatari dell’atto è “Gaetano Capone di Luigi di anni trentatré”.

Siamo dunque in presenza dei capiscuola dei pittori della Costiera amalfitana, di coloro che hanno direttamente e indirettamente formato Pietro Scoppetta, Raffaele D’Amato, Angelo Della Mura, Luigi Paolillo, i protagonisti della breve e fortunata stagione dei cosiddetti “costaioli”.

Ad oggi non si conoscono i motivi che indussero Giacomo Di Chirico a frequentare la Costiera e Maiori in particolare, forse l’amicizia con lo stesso Capone conosciuto altrove e, successivamente, l’interesse per la giovane Emilia, forse le consuete uscite fuori porta alla ricerca di soggetti storici, tradizionali e naturali. In ogni caso, il suo passaggio ha lasciato tracce indelebili, basti pensare che Pietro Scoppetta, il più famoso e cosmopolita dei “costaioli” della sua generazione, si considerò suo epigono, ed è probabilmente a lui che dovette i primi fondamentali contatti scolastici e lavorativi romani e milanesi.

Nel volume Artisti napoletani viventi (1916), Enrico Giannelli, segretario della Società Promotrice di Belle Arti “Salvator Rosa”, a proposito di Scoppetta scrive: “…mostrò fin dall’infanzia una vivissima disposizione per il disegno e suo padre volle che si dedicasse agli studi di architettura. Ma essendo amico del pittore Giacomo Di Chirico e frequentando il suo studio s’accrebbe in lui l’amore per la pittura e senza porre indugio lasciò i suoi studi architettonici e d’ingegneria per dedicarsi soltanto all’arte. (…)”. Ancora, nella Piccola guida della mostra della pittura napoletana del ‘600 - ‘700 - ‘800 (Napoli, Castelnuovo, marzo-giugno 1938), nella scheda dedicata a Scoppetta si legge: “Allievo del pittore Di Chirico, compì a Roma la sua educazione artistica”.

E fu proprio Pietro Scoppetta a eseguire il ritratto di Giacomo Di Chirico, e due disegni tratti da sue opere, a corredo dell’articolo commemorativo apparso fra le pagine de L’Illustrazione Italiana del 13 gennaio 1884: “Abbiamo già annunciata la straziante e immatura morte di Giacomo Di Chirico, il grazioso pittore napoletano che i nostri lettori conoscono da un pezzo, dai quadri da lui esposti e dalle incisioni che più volte abbiamo pubblicate su disegni suoi originali. Nato nell’antica città di Venosa in Basilicata da Luigi Di Chirico, vi ebbe dal fratello Nicola, scultore, i primi insegnamenti nel disegno. Ne approfittò tanto che il Comune di Venosa gli fornì i mezzi per andare a studiare l’arte a Napoli e Roma. Seguì il corso dell’Accademia napoletana; frequentò lo studio di De Vivo; ebbe consigli, incoraggiamenti e indirizzo da Domenico Morelli e chiuse la prima fase di studio con due quadri di pittura storica: il Mario Pagano e il Buoso da Duera che si conserva nella Pinacoteca reale di Capodimonte. La sua carriera di pittore che illustra la vita popolare nell’ambiente reale nel quale essa si svolge, incominciò col quadro La Neve. Da allora la Basilicata ebbe il suo maestro che ne rese popolari i pittoreschi costumi e la vita agreste. Nel n. 45 del 1883 i nostri lettori hanno potuto ammirare una pagina, disegnata da lui stesso, nella quale coi frammenti e gruppi principali de’ suoi migliori quadri seppe riassumere l’indole, il brio, la grazia della serie di dipinti che forma l’opera di tutta la sua vita di pittore. A questa, ed alle tante altre pagine che abbiamo pubblicate seguendo passo passo lo svolgersi del talento di questo valente artista, aggiungiamo oggi due disegni tolti da due suoi quadri. Le due scene non hanno bisogno di spiegazioni: Il primo incontro ti dice che pei due protagonisti vedersi e amarsi è stato tutt’uno; l’altro quadro con quelle figure all’aperto, che si sfamano con un frutto, vestono il meno possibile, e dormono all’ombra sul nudo selciato, non può avere che il titolo dato ad esso dall’autore: Meridionali. I disegni sono del pittore sig. Scoppetta, altro egregio artista tutto brio e vivacità della schiera napoletana. Il Di Chirico avea un viso simpatico e dei maschi lineamenti. Tolto alla vita e all’arte pochi giorni prima di compiere il quarantesimo anno, contava dei bei trionfi d’artista: questi aveano riscaldato eccessivamente la sua mente fino a divenirne pazzo. E così miseramente finì in una casa di salute una vita che pareva destinata a tutte le felicità”. 

Pochi mesi prima, la Principessa Maria della Rocca, nel suo L’arte moderna in Italia (Milano 1883), dopo la presentazione del venosino come “uno dei migliori artisti del nostro paese” e l’analisi di alcune delle sue opere, aggiungeva in nota: “Questa biografia del valente artista era già scritta, quando egli è stato colpito dalla più grande sciagura nella quale possa incorrere un uomo: la perdita dell’intelligenza. Povero Di Chirico! Nell’ultimo suo lavoro si vedeva pur troppo che le sue facoltà mentali non erano più quelle di prima. Una malattia alla spina dorsale gli ha attaccato il cervello. Io fo i più vivi voti per la sua guarigione e mi auguro poter presto segnalare all’ammirazione del pubblico qualche altro suo dipinto che onori l’artista e l’Italia”.

Nei due ritratti “maioresi”, dedicati a Emilia D’Amato e a Gaetano Capone, Di Chirico dimostra l’aderenza alle istanze veristiche della pittura napoletana della seconda metà dell’Ottocento, infatti, come nel caso di opere analoghe del Morelli, i volti sono ben rifiniti e caratterizzati psicologicamente, mentre il resto è reso con pennellate veloci e allusive. Il primo ritratto non è datato, ma l’iscrizione, “Alla Sig.na Emilia”, ci dice che è stato eseguito prima del matrimonio. Il secondo, dedicato all’amico Gaetano Capone, è del 1881.

In chiusura segnalo che, per chi volesse approfondire la conoscenza del pittore di Venosa, dal 2008 esiste un bellissimo catalogo, curato da Isabella Valente e realizzato in occasione dell’omonima e coeva mostra, Giacomo Di Chirico fra storia e realtà 1844-1883, allestita nella Pinacoteca Provinciale di Potenza. Un’iniziativa pregevolissima e di grande impegno che, mi auguro, renderà giustizia alla memoria del Nostro e porrà fine al noioso e ricorrente equivoco fra il suo nome, ancora poco noto, e quello, notissimo, del metafisico Giorgio De Chirico, nato in Grecia cinque anni dopo la morte del primo.

 

24 maggio 2014

 

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