Da via Partenope a via Acton

 Avventura a lieto fine sul lungomare di Napoli

 

1)

  

Mi è accaduto alcune notti or sono. Mentre mi trovavo in via Partenope, in un momento di distrazione, anziché proseguire lungo il marciapiede che costeggia il mare, verso via Nazario Sauro, ho imboccato una discesa e mi sono ritrovato in un tunnel pieno di pozzanghere, stranamente privo di smog.

Per quanto riguarda le pozzanghere, non si riusciva a capire se fossero state causate dalle abbondanti piogge di questi giorni, che, come capita in città, creano acquitrini e smottamenti e fanno saltare cubetti di porfido, o se fossero dovute all’azione del mare che faceva trasudare attraverso la parete alla mia destra evidenti perdite salmastre.

Mi ha subito pervaso una condizione d’ansia all’idea che potesse verificarsi un disastro proprio mentre mi trovavo lì sotto, in una situazione di per sé stessa già poco gratificante anche senza sinistre premonizioni. 

Ma una lapide in bella mostra mi ha subito tranquillizzato. Non sono stati tanto i nomi di Rocco Papa e di Rosa Russo Iervolino, rievocati in caratteri d’oro sulla pietra scoperta in occasione dell’inaugurazione del sottopasso, a tirarmi temporaneamente fuori dall’incubo, quanto quello della Ove Arup Associated che aveva progettato l’opera, grazie, era scritto, alle sue referenze internazionali.

Diamine! Ho pensato, se non fa acqua il tunnel della Manica, costruito proprio dall’Arup, perché dovrebbe sbriciolarsi questa parete? Forse se le imprese operano a Napoli  non possono offrire le stesse garanzie previste quando operano altrove? E poi, mi sono ancora chiesto, perché,  pur con garanzie minori, assottigliate dai vari incidenti di percorso, dovrebbe accadere proprio ora, mentre mi trovo qui sotto? Intanto, ho cercato di avanzare più rapidamente per guadagnare comunque l’uscita, nel più breve tempo possibile.

Per natura, sono un inguaribile ottimista e il fatto che avessi osato formulare  dei riferimenti malevoli sull’idea di realizzare il tunnel, non mi è sembrato un motivo sufficiente perché, oltre alla disavventura di trovarmi lì sotto mio malgrado, me ne dovessero capitare altre ancora più gravi.

Ma ecco che, quando sono arrivato presumibilmente all’altezza, voglio dire in corrispondenza, della sovrastante piazza del Plebiscito, mi sono visto sbarrare il passo da un allucinante cumulo di teschi. Sì, proprio quelli di Rebecca Horn che, per l’occasione delle feste di natalizie di qualche anno fa, l’amministrazione comunale aveva fatto risistemare, sotto la piazza, destinata ad ospitare in superficie, anche questa volta, “opere” di un artista straniero. 

Per farmi coraggio, ho cercato di ripassare a mente il memorabile articolo che Aldo Masullo aveva pubblicato nel quotidiano Il mattino intervenendo nel dibattito suscitato in città dall’installazione delle “capuzzelle” nella piazza. Ma, francamente, per quanto suggestive, le considerazioni del nostro filosofo, sul rapporto dei napoletani con l’aldilà, ed il suo generoso tentativo di supportare la scelta di arredamento natalizio voluto dal Comune, non sono stati sufficienti a rasserenarmi.

Avevo appena aggirato i teschi, confortato dalla speranza di trovarmi ormai pressappòco in corrispondenza di piazza Municipio, quando ho sentito provenire dal suolo una evidente sensazione di umido gelo. Ho sùbito pensato alle persistenti pozzanghere e alla solita  minaccia dalla parete del tunnel alla mia destra, anche se presumevo che a quella altezza il mare dovesse essere un po’ più lontano e meno invadente, grazie alla declinante conformazione del suolo e alla barriera opposta alla forza dei suoi flutti dalla diga foranea.

Ma, come se non bastassero le pozzanghere, mi sono accorto di avere ai piedi un paio di scarpe di Kounellis. Sì, proprio un paio di scarpe tra quelle esposte, volevo dire installate, nel Metrò di piazza Dante, già inzuppate in seguito alle infiltrazioni di acqua piovana  nella pavimentazione progettata da Gae Aulenti.

E lungo il rimanente tragitto si intravedevano ancora altre scarpe, scarpe che non capivo bene se provenissero sempre da piazza Dante o se erano state abbandonate lì dai politici intervenuti alla recente cerimonia di apertura del tunnel, al seguito dei soliti tre, il Governatore, Dino e  Rosetta, con tanto di codazzo di consulenti, papabili ed aspiranti candidati vari.

Quello che cercavo di spiegarmi, più per tenermi impegnato in altri pensieri in attesa di raggiungere l’uscita che per un’effettiva rilevanza dell’interrogativo, era come quei personaggi avessero potuto perdere quelle scarpe. Chi aveva avuto mai il coraggio di fermarli e di scalzarli?

Certamente non erano stati i loro colleghi della destra, impegnati in altre faccende, né potevano essere stati i soliti intellettuali che, abitualmente, non intervengono a manifestazioni inaugurali, siano pure sotterranee, se non c’è il buffet, ma preferiscono incontrarsi nei salotti, televisivi e non. Chi, insomma, mi chiedevo, tra i presenti alla cerimonia di apertura del tunnel, poteva aver tentato di appiedare i nostri amministratori ?

Per fortuna, mentre mi dibattevo tra questo difficile interrogativo e quello ancor più grave se mai e quando sarei riuscito a venir fuori dall’incubo del sottopasso, mi sono svegliato ed ho realizzato che appena qualche giorno prima avevo appreso che il tunnel non si farà. La nuova giunta comunale ed il sindaco De Magistris hanno ben altro di cui occuparsi.

Nel pomeriggio sono andato a fare una passeggiata sul lungomare, da Castel dell’Ovo a via Acton, alla luce del sole. 

 

Antonio Pisanti

21.11.11

 

1)Nella foto in primo piano, la zona  presa in considerazione dal progetto per un sottopasso tra   via Partenope e via C. Colombo.



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