Lettori “in movimento”, oltre la 57ª edizione                

Se il Premio Napoli fa i Miracoli

Antonio Pisanti *

 

La presbiopia della comunicazione globale fa spesso perdere di vista i fatti di casa nostra e fa ignorare le relazioni che pur potremmo facilmente stabilire con i vicini, i nostri concittadini ed il comune territorio, le sue risorse e i suoi problemi.

La mancanza di conoscenza della realtà che ci circonda, e quindi della sua memoria storica, affievolisce, fino a renderlo nullo, quel senso di appartenenza che è condizione indispensabile per la formazione di un’identità e di un impegno civile teso al ben-essere comune nella solidarietà e nella convivialità.

La politica sembra ignorare sempre più le aspettative degli individui e delle comunità e si trascina nel perseguimento di obiettivi particolari e particolaristici che determina la perdita della fiducia dei cittadini rispetto alle sue istanze e ai suoi appelli. Le “persone”, ancor  più lontane dagli eventi mirati a recuperare il loro coinvolgimento nelle vicende della politica, tendono a ritrovarsi in altre occasioni di incontro o a rifugiarsi in forme di partecipazione anonime, non etichettabili e, magari, virtuali.

Nel generale scoramento e nel dissolvimento dei rapporti intorno ai motivi conduttori che fino ad ieri facevano da richiamo tra individui e tra questi e i detentori di poteri ora sempre meno credibili e rassicuranti, diventa inevitabile fare ricorso a forme di  aggregazione portatrici di attività e di contenuti più facilmente condivisibili e gratificanti.

Ed è così che quanti non intendono arrendersi all’assuefazione nei confronti di realtà non più sostenibili provano a stravolgere l’abusato slogan sulla cultura che “non dat panem” per scommettere che possa essere proprio la cultura ad indicare le vie della salvezza. Carmina non dant panem, cultura non dat panem…  ma la cultura ci salverà, sostengono, purché non sia strumento di potere e di elite e si mostri capace di penetrare in tutti gli strati sociali, portandovi istanze di vero progresso e di rinascita. Se sono ancora pochi ad andare verso una forma di cultura che vuole invece essere coinvolgente e partecipata, è essa stessa che deve e può andare  verso gli strati sociali che non ne avvertano la necessità, provocando l’incontro tra gruppi, istituzioni ed espressioni socio-territoriali diverse.

Da alcuni anni, in questa prospettiva, il Premio Napoli e la sua Fondazione sono venuti fuori dalle proprie sedi istituzionali e di prestigiosa rappresentanza per andare verso il rione Sanità, Materdei , Pizzofalcone, i Miracoli e negli altri quartieri e rioni più popolari ove spesso si trovano i luoghi dell’abbandono e del degrado. Lì  il Premio Napoli va portando non solo i suoi scrittori e i suoi lettori, ma nel contempo “altri” concittadini, provenienti da rioni diversi, in un ciclo di incontri che  ha assunto la significativa denominazione di “letture in movimento”. Il riferimento  non vuole essere evidentemente solo quello che contrappone alla fisica staticità del leggere la dinamicità di una lettura itinerante del territorio e delle sue realtà, ma anche quello di idee, di esperienze e di stati d’animo da sommuovere e da scuotere.

La cultura in movimento, come ha più volte sottolineato il presidente della Fondazione Premio Napoli, Silvio Perrella (nella foto), vuole farsi legame tra conoscenze, consapevolezze e aspettative di riscatto. Per testimoniare, come ci auguriamo,  il movimento della cultura.

Di qui l’attenzione verso quelli che Paul Auster ha individuato come i perdenti del mondo, dove l’universalità di talune esperienze, lungi dal distrarre l’interesse per le esperienze locali, può rafforzarne la conoscenza attraverso il riconoscimento  di condizioni esistenziali identiche, ovunque siano situazioni di risentimento e di emarginazione;  un risentimento che, come ha sottolineato Roberto Cappuccio, un altro degli autori del Premio Napoli presenti agli incontri sul territorio,  trova quasi sempre proprio nell’invivibilità dell’esperienza urbana i motivi della sua esasperazione.

Non a caso, anche per l’edizione di quest’anno, le mete delle passeggiate letterarie sono stati luoghi della deprivazione, ma anche luoghi dell’eccellenza della memoria del passato dove, tra un inerpicamento e l’altro, in situazioni magari di inconsueta frequentazione per i lettori in movimento, gli stessi si sono trovati quasi insperatamente a godere di  uno squarcio panoramico mozzafiato o di inaspettati tesori d’arte e di bellezza.

Il lettore-visitatore della 57ª edizione ha potuto (ri)scoprire i vicoli dei Miracoli, i vecchi sentieri della Riccia, di Miradois, Posillipo dei poveri,  antiche ville recuperate da poco alla fruizione pubblica, come alla Vetriera, sedi museali, archeologiche “minori”, di studio e di ricerca, dove magari mai si sarebbe recato di proposito, ma che, nell’intento progettato dal Premio  Napoli, sono apparse come mete inevitabili ed irrinunciabili.

Nei vari luoghi c'è stato non solo l’incontro con i libri e con gli autori, ma anche con gli stessi luoghi, alcuni dei quali ricchi di storia e di suggestioni, e con gli estremi custodi del loro abbandono o con i nuovi promotori di associazioni per la loro riscoperta e la loro salvaguardia:  gruppi di giovani, autentiche onlus, lungimiranti e benèfici residenti in loco per niente disponibili allo sradicamento di memorie e bellezze.

Tra i tanti toponimi che meriterebbero di essere ricordati a conclusione di questa ricognizione, troppo breve per citare tutto e tutti, è quello dei Miracoli: i miracoli, appunto, delle letture in movimento,  da diffondere e proporre come metodo per un risveglio che tarda a venire, ma che non può essere ulteriormente procrastinato.

Come nell’eroica ma fallimentare “rivoluzione” del ’99, la cultura cerca di uscire dai salotti e dalle stanze del potere, per ritrovarsi tra la gente che qui, a Napoli, mostra di avere ancora gli stessi atavici difetti di allora. Ma, se non sono trascorsi invano più di due secoli, il miracolo di una diversa partecipazione intellettuale potrebbe anche ripetersi, senza gli errori e delusioni di un tempo, nel quale, tra l’altro, non si disponeva di quelle reti e quelle “connessioni” evocate nel programma del Premio.

 

*Dalla rivista “Politica meridionalista”, per gentile concessione della direzione.

 

Dicembre 2011


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