“Prefici” e ciucciuvettole, un gran da fare

P. Picasso, Donna che piange con fazzoletto in mano

Antonio Pisanti

 

Se una persona amica dovesse avere gravi problemi di salute, pur essendo solidali e disponibili a darle aiuto, esplicitamente richiesto o sottaciuto che fosse, adegueremmo le modalità di condivisione del problema con molta discrezione, evitando di enfatizzare timori e preoccupazioni.

Faremmo così anche per non sottolineare  con eccessi  di premura la gravità del momento e non accentuare lo stato d’ansia del malcapitato piuttosto che alleviarlo.

Ci sono invece persone che sono solite accorrere tempestivamente dall’interessato, metaforico o reale che sia il suo capezzale, per esprimere il loro prematuro dolore, assumendo atteggiamenti drammatici, sguardi nel vuoto, espressioni tanto scontate quanto formali di partecipazione, nelle quali i “mi dispiace”, i “non ci voleva” si sprecano, senza che affiori alcun barlume di speranza per la situazione del “paziente”. Lasciamo andare, poi, gli immancabili riferimenti ad altre sventure analoghe occorse a vicini e conoscenti e risolte per lo più in maniera letale, quasi che aver compagno al duol scemi la pena.

Ho deciso di chiamare impropriamente queste persone “prefici e ciucciuvettole” per indicarne promiscuamente il genere,  magari con un grave errore dal punto di vista di chi volesse far notare che, sin dall’antichità,  erano solitamente donne quelle alle quali si affidava a pagamento il compito di piangere e disperarsi nel corso delle cerimonie funebri.

L’ho deciso perché ai nostri giorni questo compito è assunto anche da uomini, che si danno sempre un gran da fare per offrire la loro consolatoria presenza in caso di sventure e a testimoniare ad ogni costo il proprio dispiacere. Per questi, volendo evitare l’antistorico errore di genere, avrei potuto usare il termine di “piangi tori”, omologo maschile di prefiche. Ma, si dà il fatto che il loro compito sia molto più articolato e complesso di quello del semplice pianto che, tra l’altro,  non sempre riesce a sgorgare dai loro occhi per quanto impegno essi mettano nella rappresentazione lamentosa, utilizzando estemporanei fazzoletti tirati fuori per improvvisi raffreddori se non per raccogliere qualche improbabile lacrima.

Prefici e ciucciuvettole (quest’ultimo napoletanissimo termine sembra più adatto e familiare per indicare le donne in questione) infatti, non si attribuiscono solo l’antico compito di piangi tori, ma sono disposti a fare molto di più. Sono anche quelli che puntualmente prendono l’incombenza di annunciare improvvise dipartite di loro conoscenti a voi quasi del tutto ignoti, sollecitandovi comunque a partecipare ai funerali, o sono quelli che, nella più fausta delle ipotesi, vi tengono gratuitamente informati di quel tale malanno che ha colpito quel tale comune amico, prefigurandovi ben poco di buono per lui, e sono poi anche quelli che metteranno a disposizione tutta la loro consumata esperienza in fatto di pratiche del caso nell’ipotesi di irrimediabile soccombenza.

Gli stessi, prefici e ciucciuvettole, al mattino potrebbero chiedervi di buon ora come state, immemori di avervelo appena chiesto la sera precedente, senza che abbiate loro confidato alcuna preoccupazione sulla vostra salute, né aver manifestato alcuna défaillance tale da giustificare questa loro ennesima premura. Spesso, visibilmente poco convinti dalle rassicurazioni ricevute, girano pazientemente intorno all’argomento che a loro sta tanto a cuore e, dopo qualche variazione, ritornano ad insistere per sapere come state e, quando ben bene li abbiate rassicurati, ecco che riprendono a farvi la stessa domanda in merito a familiari e ad amici.

In compenso, se vi accingete a partecipare ad un lieto evento o ne siete i protagonisti, vi regaleranno un tanto gratuito quanto incomprensibile “speriamo che va tutto bene!”

Insomma, si danno un gran da fare, prefici e ciucciuvettole, non necessariamente auspicandosi le sventure altrui ma, anche più semplicemente, forse, per attribuirsi un ruolo strategico per l’altrui utilità, utilità della quale, è evidente, non sentiamo per niente il bisogno.

A questo punto, capisco come sia inevitabile che qualcuno dei lettori finisca col pensare che lo scrivente sia un po’ superstizioso, ma questo non è vero: non ho mai utilizzato amuleti né riti o gesti scaramantici e sono solito ridere di quelli che lo fanno, né tantomeno scarico i miei sentimenti di insofferenza nei confronti di coloro che potrebbero essermi antipatici attribuendo loro un ruolo di menagramo.

Ma prefici e ciucciuvettole mi danno fastidio: non ne sopporto la gratuita invadenza.

 

 

 

 

 

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