Basolo vesuviano:  a  Napoli  è  giallo 

Mentre è in corso una rivalutazione della pietra vesuviana e delle sue possibilità di impiego, gli antichi basoli  vanno  progressivamente scomparendo  dalle strade di Napoli, nonostante le denunce e le proteste  dei cittadini per le scelte di rifacimento stradale e di arredo urbano in città.  

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Antonio Pisanti       

A Napoli è evidente e giustificato il malcontento dei cittadini per lo stravolgimento dell’identità di alcuni luoghi perpetrato da interventi di rifacimento di strade e piazze. Particolarmente significativo è il recente episodio di sospensione dei lavori di arredo urbano in piazza Principe Umberto, adottato dalla circoscrizione, che non ha condiviso, sembra, il precedente piano di rifacimento della piazza.

Mentre i basoli vesuviani continuano ad essere sostituiti con altro materiale per ripavimentare le strade della città, qualcuno, forse in preda a comprensibile sconforto per la fine di via Chiaia e piazza Dante, propone addirittura di svellere la pietra vesuviana ancora presente in altri luoghi periferici  per risistemarla in posti  più “meritevoli di tutela”.

Intanto, con il traffico intenso, la mancanza di manutenzione e la pioggia, ma anche senza, saltano come proiettili i cubetti di porfido, mentre il manto di bitume sprofonda nelle voragini. Solo qualche strada con il superstite basolato vesuviano resiste alle ingiurie del tempo e dei temporali.

Ci mancherebbe altro che il sistematico abbandono delle periferie fosse aggravato anche dalla spoliazione di quel che vi rimane  di autentico e di funzionale, per spostarlo negli ex “salotti buoni” del centro. Non siamo ancora arrivati a tanto, se non in rare occasioni !

Né sembra poi che gli interventi già realizzati nei luoghi più rappresentativi abbiano assicurato, con il rinnovamento, anche un miglioramento a lungo termine delle condizioni delle sedi stradali. La cattiva tenuta della pietra etnea dove è stata utilizzata è sotto gli occhi, e i piedi, di tutti, eppure se ne continua, non senza qualche penoso sotterfugio, a far valere l’impiego in ripavimentazioni che, dopo i fatui entusiasmi favoriti banalmente dalla novità e dalla solita propaganda, si rivelano staticamente ed esteticamente precarie con inoppugnabile evidenza.

L’inserimento minimo e marginale della pietra vesuviana con funzioni decorative ed ornamentali sottolinea, ove ve ne fosse bisogno, la preziosità del materiale, beffardamente esibita nei contesti che ne hanno subito la rimozione. Si tratta di qualità e di pregi ampiamente noti ed apprezzati, la cui rivalutazione sta comportando un processo di ricollocazione in vari contesti di arredo pubblico e privato. Le opere della mostra permanente “Creator Vesevo”,  lungo l’itinerario del vulcano, sono, tra l’altro, una  significativa testimonianza delle molteplici possibilità di impiego del basalto vesuviano.

Negli stabili d’epoca privati, i cui proprietari non si sono fatti prendere dalla smania della rimozione ad ogni costo, si possono vedere pavimenti in basolato egregiamente restaurato da ditte specializzate, ammirevoli per resistenza ed eleganza.

Ma a Napoli il processo è  sciaguratamente inverso per quanto riguarda l’utilizzazione del basalto in luoghi pubblici, nonostante le rimostranze di cittadini ed esperti.  La stessa Regione Campania, alcuni anni or sono, ha pubblicato un efficace depliant (allegato a Qualeimpresa n. 8-9/2001) nel quale sono illustrati proprietà e pregi della pietra lavica vesuviana e di altri caratteristici manufatti locali.

È evidente che al danno del giallo dei basoli, “traslocati” chissà dove e perché, non si rimedia rimuovendone ancora di più da un quartiere all’altro, con sistematica decimazione del loro numero nel “trambusto” degli spostamenti, ma recuperando, per quanto sia ancora possibile, quelli in deposito e facendo luce sulla destinazione di tutto il basalto napoletano rimosso negli ultimi decenni.

Amministratori, tecnici ed “utenti” farebbero bene a giudicare con maggiore avvedutezza la bontà e la congruenza di interventi e di progetti (installazioni, rifacimenti, sottopassi…) magari di pur dubbia utilità rispetto a qualche esigenza particolare, ma certamente estranei ai contesti storici e culturali della città, oltre che secondari rispetto a più gravi emergenze.

Né funziona l’abusata retorica di voler inserire Napoli “sulla scia delle grandi città europee” se questo vuol dire assecondare l’omologazione e la perdita di identità e foraggiare,

 

 

come è avvenuto negli anni più recenti, imprese e personaggi a discapito di quelli napoletani e nazionali. Tanto più se talune grandi “imprese” sono messe in cantiere nell’assenza generalizzata

di ogni ordinaria manutenzione dell’esistente,  di igiene e di sicurezza.

         Qualcuno, intanto, sostiene che il selciato partenopeo, irresponsabilmente ceduto a causa degli alti costi di lavorazione (sic!), sia andato ad arricchire le strade di altri comuni, anche in altre regioni. Non vorremmo, alla fine, scoprire che, come accade per le migliori buone intenzioni, ne siano lastricate persino le strade dell’inferno, ma non più quelle di Napoli, paradiso pur popolato da diavoli. 

Ottobre 2011

                                                                                               

 

[ Didascalie immagini ]

 

  1 - L’impiego ornamentale della pietra vesuviana ed il processo di ricollocazione in corso in vari  contesti pubblici e privati  ne  evidenziano caratteristiche e  valore   ( illustrazione da  Campania: le radici del futuro)

 

  2 - Spostamenti storici: La fontana della Sirena Partenope (Francesco Jerace),  traslocata  nel 1924 a  piazza Sannazaro da  piazza Garibaldi, dove se ne conserva la memoria con la graziosa nuova fontana all’altezza del binario 24 della Stazione Centrale.

 

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