Un tango con le Camene

Gianmario Lucini si presenta nella vasta platea dei poeti con “Ballata avvelenata” un “poemetto estivo” edito nel 2011 da CFR. In poco più di venti pagine raccoglie poesie e brevi racconti a piè di ognuna. Unico ballerino tra Calliope Clio Erato Euterpe Melpomene e Talia. Con Polimnia si dilunga danzando un erotico appassionato tango d’amore e di maschia gelosia. Il suo amore per la Musa è travagliato. “E’ una vecchia dea che getta sementi/Ti chiede di comprare il suo niente/e di pagarlo col sangue goccia a goccia”. Si attiene alla “lima oraziana” che tormenta ogni scrittore dovuto a leggere i suoi testi per una necessaria revisione. “Rileggerai con fervore,/e mille occhi nella stanza saranno lì a scrutare/la tua follia di un’ora/e capirai soltanto allora/di avere scritto le parole più banali”. Lucini intende la poesia non come mero momento consolatorio ma provoca in lui genuine comunioni di passioni che soddisfano la sua creatività. La poesia è amore che va conquistato con coraggio. E’ una sfida continua con se stessi e con le avventure del vivere con i propri sensi tra sussulti esperienze percezioni sentimenti turbamenti contemplati nelle  tante vite dell’umanità. Espressione dell’ingegno individuale  veicola il pensiero libero e foggia ogni coscienza agli ideali. Però per Lucini è anche “una gran puttana che si nega e che si dona,/una puttana psicologica/ che ti roderà il pensiero,/un elisir che intossica/del nulla che sta oltre il falso e il vero./Ma tu amala comunque:/è la gran madre di tutto.” Nel “Profilo d’un lacché” la sua gelosia per la sua Polimnia  lo spinge  contro “il poeta arrivato” dell’industria culturale che “lo tiene sotto l’ala e gli offre una prebenda/per vendere chiacchiere e pareri,/mutare le scemenze in cose di spessore/modellare il gusto del lettore/convincerlo che a volte anche la feccia/è cultura e chi non s’adegua taccia.” Spietato in “Ballata avvelenata” incalza i poeti della vanità “Poeta dell’amore, tu non parli mai di guerra/ ma la guerra infiamma e opprime il creato/ ben sappiamo il senso del dolore, quello vero/ che opprime il respiro e chiude gli orizzonti/ e non ci importa del tuo deliquio borghese:/siamo alle prese con qualcosa di più serio/lo scempio del pianeta, i veleni, lo spreco/di ogni bene in nome del progresso/a te sfugge il nesso/ fra bellezza e verità:il tuo verso è osceno”. Contro gli  avanguardisti e i rivoluzionari si scaglia con acre collera “che tutto distruggete per ricostruire/nulla dal nulla e rompicapi borghesi/di ogni delirio voi siete il peggiore.” In “Monito” non ha dubbi e iroso grida “Non c’è più bisogno di voi, dei vostri versi.” Il suo canto è di un amante ansimante che ama la dea per l’intima gioia di essere un poeta pungente che non mendica le sciocche oscene glorie terrene. Nei brevi racconti si stenta a intuire dove finisce l’una e inizi l’altra. Si avverte il sorgere di un nuovo giorno con sogni notturni che rotolano sulle pagine come gabbiani nel vento in una vivace altalena giocosa. Sono tasselli  che ti confondono per la loro magia sospesa tra fantasia e realtà.  “Certe mosche, d’estate, già al mattino presto entrano dalla finestra aperta. Non hai che una possibilità per evitare questo guaio: diventare tu stesso la mosca.” Nella pagina accanto “Ogni mattina mi svegliava come piace a me. Era bellissima , era perfetta. Per questo l’ho ammazzata.” Verso e prosa, accomunati dalla ricerca artistica e dalla creatività espressiva, non stagnano nella pseudo-arte e comunicano anche una riconoscibile sensibilità di vita e di pensiero non globalizzati. Ogni verso e ogni parola scaturiscono da uno scavo paziente e mai pago tutto teso in una ricerca di speleologia linguistica.  Sfida ad uscire dal silenzio sottraendosi al vociare sterile inconcludente.

Napoli 28.2.2012

Italo Pignatelli

 

 

 

 

 

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