una Napoli in DVD

Italo Pignatelli

 

“Il canto stonato della Sirena” di Monica Florio, ed. ilmondodisuk pp.141, è una raccolta di racconti di una città smarrita con storie  di “vittime di un destino in apparenza già segnato” presentata da Giovanna Mozzillo. Appaiono subito come dei corti d’autore. Lo stile è di una giornalista con una piccola telecamera. La Florio entra timidamente in punta di piedi  in alcune case e nascosta dietro una tenda o una persiana napoletana osserva ascolta filma scrive e fantastica. E’ la Monica che molti conoscono e che incontrano negli eventi culturali da Lei organizzati. E’ presente ma non appare. Timidi sorrisi agli amici e poi muta scruta e studia gli umori del pubblico presente. Gli emarginati sono i suoi protagonisti. E come Caravaggio li nobilita o come De Sica nel film “L’oro di Napoli”. La nostra città è un luogo di contraddizioni “un diamante grezzo che solo un intenditore può apprezzare” ma è anche fonte di pregevoli e uniche ispirazioni se si pensa: “le sette opere di Misericordia”, il pensiero di Vico, il teatro di Viviani, il “Decamerone”, “La ginestra, o il fiore del deserto”, il fervore creativo di Matilde Serao, ecc. Sulle scene appaiono disadattati, omosessuali, cinici, salottieri, tutti sono componenti della “Corte dei Miracoli” sempre presente nella storia della città o coristi stonati, oppure, causticamente, del controcanto ai quali la Monica, sorprendente ironica, regala soluzioni illusorie con  humor.   “Eroe per un giorno”, “Come anime gemelle”, “Round finale” sono tra alcune letture scritte come giochi  di un abile prestigiatore che nel finale sorprende lasciando gioiosamente stupito lo spettatore. Ma non solo. Raul, Michele, Donna Bettina, Batman, sono personaggi che ricordano la comicità di Totò dalla quale traspare spesso un dotto avvertimento a non prendere sul serio “un burattino mosso da fili invisibili” che si attira in modo grossolano simpatie ed applausi in Tv  e nei tanti noiosi salotti letterari  gestiti da docenti  in pensione.  Ritratto di un escluso:“A spettacolo concluso, i commenti entusiastici della gente mi insinuavano il dubbio di essere stato il solo a non apprezzarlo e, perplesso, guardavo la calca circondare l’attore (poeta o cantante) per complimentarsi con lui e stringergli calorosamente la mano. Infastidito, rimanevo seduto al mio posto.” “Ultimo” ricorda l’amarezza del Principe in “Ricunuscenza” e il sarcasmo di Ferdinando Russo in “’O Pupazzo”. “In una città che colava a picco” si svolge “Uno solo” tra carcasse di cani, strade deserte, temperature torride. Luca, Gius, Matteo,“un tipo tarchiato”,“l’avvizzito proprietario”,“un anziano imbacuccato”e un Beagle si aggirano “senza una lira e, per giunta con la pancia vuota” tra le vie del Vomero disabitate e colme di rifiuti. Sono pagine  intensamente drammatiche. La solitudine degli emarginati in una città governata da alcuni incapaci. “L’intrusa” giace sul marciapiede travolta da un’auto che ha proseguito la corsa e suscita “il chiacchiericcio delle persone perbene” sconvolte che una “fuori di testa” girasse indisturbata tra loro nel loro ambiente signorile. Il dottor Anzalone, Antonietta, Lina, Antonio e Carminiello in “Una strana famiglia” danno vita ad una vivace commedia scarpettiana. Mentre Franco, Manuela, Lucilla ed Harry, il miglior amico del protagonista senza nome sono attori di un’opera pirandelliana in “Innocenti evasioni”. Non mancano ritratti di mamme: Teresinella, Piera, Fausta, e la mamma di Lisa. Diverse tra loro ma tutte confuse apprensive invadenti egoiste. In “Seduzione a passo di danza” e in “Angeli della notte” zitelle deluse cercano l’ultima occasione di abbandonare la solitudine per amare o  essere amate. Il sesso semipiccante tra non  giovani   amiche vede Tania con “look da eterna ragazza”, Livia “una single incallita”, Loredana, “universitaria di vecchia data”, Teresa amante del cinema americano, Patrizia e una ninfetta quasi diciottenne. “Il segreto” si tinge di giallo. Chi ha scritto “un insulto alla docente di latino”? Forse la Gifuni, la più brava della classe? Apparentemente autobiografico sembra “Fantasia di un incontro” in cui viene ricordato Marco, intellettuale, “l’amico che aveva rivestito spesso i panni del genitore severo, ma affettuoso”. E’ colui che insegna il mestiere della scrittura “una pratica che bisogna coltivare con una certa assiduità, altrimenti si corre il rischio di passare per uno dei tanti imbrattacarte da non prendere troppo sul serio”e a diffidare degli avvoltoi privi di talento. La Mozzillo scrive “una prosa netta e stringata alla concretezza delle persone” senza esacerbare lo strazio. La professionalità emerge in “Tutto su Cora” e in “Le ragioni di un mito”: tacere le verità che possono arrecare danni, sviluppare le indagini, essere sordi alle false promesse, non stupirsi dei  furti letterari non denunciati. Florio in ogni racconto cita i luoghi, le vie, le piazze del suo Vomero “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” e nel  narrare l’inquieta solitudine dell’umana gente si ode “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio”. La cultura accentua la sensibilità. Monica non ascolta l’invito “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Si sofferma su Milla “alla mercè della generosità altrui”. Longilinea come una indossatrice, anni forse venti, occhi verdemare cupo al tramonto, capelli biondo miele acacie intrecciati su un minuto viso, gestualità ritmica da ex ballerina, muta si muove come un mimo. Modella  per l’Angelo in un’Annunciazione del Merisi o per un ritratto di donna inchiodata ad un sogno da Modigliani. La Fortuna è bendata ma la Sfortuna è terribilmente invidiosa accanendosi contro i deboli guardandoli fisso negli occhi. In copertina “Estetis”, opera pittorica di Corrado De Benedictis. Nudo di donna dalla pelle bianco specchio. Sembra, ma non lo è, Monica in posa  che riflette  quell’umanità ombra che respira silenziosa intorno a noi senza chiederci aiuto.

 5.5.2012

 

 

Condividi