Shakespeare scrittore per bambini

di Italo Pignatelli

 

E’ l’idea di Valerio Binasco quando ha letto e pensato di portare in scena l’opera più nota del poeta drammaturgo inglese “Il Mercante di Venezia”, al Bellini fino al 16 novembre, commedia/dramma di notevole spessore culturale tessuta tra i contrasti fra cattolici ed ebrei già nell’epoca elisabettiana. “Il testo ci appare semplice e schematico come un’antica favola. La verità di una favola che non c’è nessuna verità. Noi dobbiamo sforzarci di fare di questo Mercante una storia che possa essere capita e apprezzata anche dai bambini. Anzi, noi dobbiamo fare del Mercante una grande favola” scrive nelle  note di regia  su 4 pagine.

La favola dura tre ore. Troppo per bambini che possono trovarla difficile da capire e forse  noiosa. In scena tre pannelli giganteschi, due obliqui azzurri e uno frontale in oro dipinti con tecnica pittorica veneta smaltata marmorea, creano Venezia, città borghese e di mercanti, e Belmonte luogo del Sogno. Da quattro ingressi entrano ed escono gli attori che si prestano anche nel ruolo di servi di scena per spostare tavoli e sedie. Su un lato intorno a un tavolino i mercanti cristiani, al centro l’ebreo, su una poltrona Porzia e Nerissa abitanti di Belmonte. Tre realtà nello stesso spazio accentuano il tema dominante dell’opera. Attori in giacca e cravatta dialogano in veneto. Jessica, figlia di Shylock, ha abiti da domestica. Porzia in rosso fuoco e Nerissa in giallo margherita hanno abiti da sciantose. Porzia non ha nella gestualità scenica  regalità. Appare con la sua ancella donnina allegra da postribolo. All’annuncio  del principe del Marocco, scappa in modo infantile gridando “l’uomo nero mi fa paura”. Una frase che non c’è nell’opera. Quando il principe fallisce la prova “Ah, che liberazione, che quelli del suo colore abbiano egual fortuna”. All’arrivo di Bassanio si getta subito ai suoi piedi “Vi prego, aspettate un giorno o due  prima di rischiare; se scegliete male perdo la vostra compagnia”. Nello spettacolo domina la frivolezza che concede ad alcuni di sorridere divertiti ad altri di andar via nell’intervallo. Silvio Orlando appare opaco nel ruolo di Shilock. Espone il suo dramma di uomo solo, lacerato dalla fuga della figlia, dilaniato dalle offese e umiliazioni, in tono pacato. Non è colui che medita la vendetta tanto da preferirla al denaro.  Quando rievoca “ha riso delle mie perdite, si è fatto beffe dei miei guadagni, ha disprezzato il mio popolo, ostacolato i miei affari, allontanato i miei amici, infiammato contro di me i nemici, e tutto questo perché? Perché sono ebreo”, è seduto, voce  fievole di chi sta leggendo la nota spesa al salumiere. La sua bravura di attore è svilita dalla regia.

A Napoli, nella stessa settimana, il Mercante anche alla Galleria Toledo con la regia di Laura Angiulli. Due Shilock diversi: Orlando e Giovanni Battaglia. Due Porzia che non si somigliano.

Una puerile e futile l’altra austera. Due letture opposte. Una interpretazione favolistica e l’altra drammatica sintetizzata senza fronzoli in chiave moderna in poco più di un’ora.

Al Bellini scenografia bella per ogni spettacolo. Alla Galleria Rosario Squillace inventa un allestimento che rievoca la magica Venezia coinvolgendo il pubblico come nell’ XVI sec.

Il teatro d’autore è opera d’arte che può essere commentata  secondo la propria cultura.

Napoli conosce il dramma e la donna perché ricorda Partenope giovane suicida per amore.

Con Orlando, la Popular Shakespeare Kompany con Andrea Di Casa, Fabrizio Contri, Milvia Miragliano, Simone Luglio, Elena Gigliotti, Elisabetta Mandalari, Nicola Pannelli, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati. Musiche di Arturo Annecchino, scene di Carlo de Marino, luci Pasquale Mari, costumi Sandra Cardini, assistente regia Nicoletta Robello. Produzione: Veronica Mona con Oblomov films s.r.l. e Compagnia Enfi Teatro.

 

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