Santini di carta al Grenoble

di Italo Pignatelli

In mostra un centinaio di immagini sacre su carta in piccolo formato riprodotte con la tecnica della xilografia, acquatinta, acquaforte prodotte da incisori-editori francesi e italiani.

Nel XVI secolo ad Anversa su iniziativa dei Gesuiti, nasce la produzione su larga scala delle immagini da diffondere nell’Europa cattolica coinvolgendo artisti per creare il disegno e gli artigiani incisori nel realizzare la matrice per la stampa. Nel XVII secolo l’attività si diffonde in Francia nel quartiere latino nei pressi della Sorbona nelle botteghe di stampa degli editori  Bovasse-Jeune, Bouasse-Lebel, Boumard, Letaille, Turgis. La produzione assume raffinatezza ad opera di coloro che erano dediti alla attività libraria. Ai santini, immagini di un Santo o di un Beato, si affiancano le immaginette sacre i primi canivets che, come gli affreschi del Trecento nelle chiese e le pale d’altare rinascimentali, raccontano vita virtù e miracoli del protagonista. Attività che inizia nel XVIII secolo nei Monasteri per diffondere il pensiero religioso.  I canivets sono opere col pizzo fatti a mano usando il caniv, coltellino affilato, per incidere il pregiato cartoncino creando fregi decorativi simili a raffinati ricami su cui andava incollata la scenetta mistica dipinta a mano. Nel XIX  vengono realizzati meccanicamente. I canivets oltre a essere traforati  si presentano con fregi a sbalzo. Frammenti del pizzo erano fatti ingoiare al malato devoto per una veloce  guarigione miracolata. La fantasia stimola in modo vertiginoso la creatività. Le immagini hanno Santi con vestiti in vera stoffa, sono a libro sfogliabili con più pagine, a sorpresa ossia che per svelare colui a cui si è devoti bisogna aprire il foglio ripiegato su se stesso in diverse parti. La produzione delle immagini segue gli indirizzi ecclesiastici e si incrementa nei periodi in cui si ha più bisogno della fede.

In mostra c’è la collezione, preziosa per la sua altissima qualità sia artistica che tecnica, di due secoli di arte religiosa in Francia e a Napoli del napoletano Francesco Parisio Perrotti.

Un documentario di 12’ con interviste a venditori di santini realizzato a Napoli espone il rapporto  tra devoto napoletano e santino che assume  ruolo di reliquia. Un detto popolare “Chi tiene più Santi va in Paradiso”. Nella prima era del Cristianesimo, la morte di Martiri diffuse la credenza che frammenti dei loro abiti o altro proteggevano città da invasioni barbariche e salvano umani da malattie. Napoli è la città che ha rispetto alle altre città più reliquie circa settanta. Il sangue di alcuni si scioglie almeno una volta all’anno. Il napoletano, dotato di spirito ribelle, creativo e anticonformista, mescola alla religiosità la cultura pagana. Chiede al suo santo protettore di tutto: salute, promozione, uno sposo, un figlio, un lavoro, una vincita al lotto come in uno sketch di Troise. L’obelisco in piazza San Domenico, voluto dal popolo dopo la peste del 1656 che causò la morte di mezza popolazione(la città aveva 500 mila abitanti) tra cui la Berardina moglie di Masaniello, completato nel 1737 da Domenico Vaccaro, ha due busti di Partenope a seno nudo tra santi e stemmi. Santi in processione nei quartieri con bande di pochi elementi privi di studi musicali che suonano brani simili a danze contadine sull’aia. Il presepe, già in città nella chiesa di S. Maria ad presepe nel 1025, illustra la mescolanza. Affianco alla Grotta, simbolo del Tabernacolo, l’osteria, l’Inferno. Le bancarelle con varietà di cibi in abbondanza ricordano la festa pagana al dio Sole a dicembre sostituita poi con la nascita del Messia.

 

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