Galatea Ranzi interpreta Fedra

di Italo Pignatelli

Vincitrice del Premio Eleonora Duse 2012, è stata in scena alla Galleria Toledo con la regia di Consuelo Barilari. Recita il testo teatrale scritto da Eva Cantarella che è  inserito nell’evento Schegge di Mediterraneo/Festival dell’Eccellenza al Femminile. Lei propone il Mito di una donna che vive una passione proibita. Fedra, figlia di Minosse, re di Creta e di Pasife figli di nobili divinità. Il padre figlio di Zeus e di Europa, la madre figlia di Elio, divinità solare, e di Perseide,  figlia di Oceano e di Teti. Fedra “la splendente”, sorella di Arianna “la purissima” bella come Afrodite, aveva tra i suoi parenti anche la maga Circe. In una famiglia eccellente, Fedra non poteva essere una donna comune oltre ad essere una divinità. Sposa Teseo, re di Atene, per volere del fratello Deucalione ma si innamora del giovane Ippolito, figlio del marito nel suo precedente matrimonio con una Amazzone. Tragico amore che la induce al suicidio. Lei, ribelle e trasgressiva, è trasportata verso forti passioni come le altre donne della sua famiglia. La madre, assumendo le sembianze di una  giovenca per avere   un rapporto col  bianco toro, donato da Poseidone, concepisce il Minotauro, la sorella impazzisce per Teseo e, tradita, sposa il dio Dioniso, Circe per Ulisse. L’idea di Cantarella, come si legge nel titolo, è di rivendicare il diritto all’amore alle donne  senza differenza di sesso e di età come avveniva per i maschi nella cultura antica. Tentativo fallito. La Ranzi è la bella Fedra quarantenne che circuisce il ventenne Ippolito con la sua sensualità ma, rifiutata, lo accusa al padre di tentata violenza che lo uccide. Il legame tra passato e presente è nella regia che propone all’inizio immagini di un’auto che si schianta e precipita in mare e poi compare Galatea dietro un telo trasparente che, oltre a separare palco dalla sala, funge da schermo su cui appaiono dinamicamente piacevoli immagini di arte moderna. La Ranzi, ottima interprete, in vestaglia o in sottoveste ricorda la sua epica vicenda.   Lui muore in mare Ragni-Fedra in una vasca da bagno del secolo scorso che lei stessa accasciata claudicante trascina in scena. Ha la stessa punizione della cultura maschilista che non poteva permettere alle donne sesso con i più giovani. Piacere riservato solo ai maschi con le sorelle o giovani schiave e ai sacerdoti con le vergini a cui era permesso solo a loro di accedere ai templi. Dov’è il diritto all’amore se non reagisce alla prima delusione? E’ una donna sottomessa al volere del fratello, ad un marito tanto spietato da non poter essere amato che la tradisce  anche con Arianna, alla passione che non sa vivere da vincente. Dov’è la donna di oggi? Arianna fa sesso con il cognato e, lasciata, si consola con un dio.

Come lei altre. Elena, Cleopatra, Didone, Nausica, Poppea, Messalina, Lucrezia Borgia, la regina Giovanna che ospitò Boccaccio a Napoli. Prima fra tutte Eva che scelse la libertà.

La tragedia di Fedra ha ispirato Euripide, Seneca, Ovidio, Robert Garnier nel 1573, tante in Francia dell’600, Racine 1677, D’Aurevilly  1852, Zola 1872, D’Annunzio  1909, Proust 1913.

Lo spettacolo è particolarmente piacevole per l’ottima vivace raffinata regia di Barilari ed è emozionante la recitazione intensamente drammatica della Ranzi sempre sublime in scena.

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