Natale a Napoli

 

di Italo Pignatelli

Le feste natalizie si svolgono tra il presepe e l’albero, due simboli di segno opposto: il primo è la sacralità mentre il secondo il paganesimo. A Napoli sono dello stesso segno. Entrambi sono sfarzosamente decorati colorati luminosi e preparati con fantasia di attenti scenografi casalinghi. Tra i due si estende una tavola imbandita secondo la tradizione circondata da tante sedie per raccogliere tutta la famiglia dai nonni ai nipoti. Il presepe è preparato ai primi di dicembre perché ha bisogno di tempo e di tanta pazienza riunendo, ogni volta, la famiglia nella realizzazione seguita da animate discussioni. Ferdinando Russo in “Natale” scrive “Zi Pascalino ha da fa chesto ogni anno! E vattene ca si’ na mozzarella!” e “Distribuisci! Fanne una scenetta! Nu gruppetto c’almeno fa figura”. Eduardo in “Natale in casa Cupiello” esclama stizzito“Ecco ccà. Avimmo accumminciato:‘a colla,‘e chiuove,‘o martello,‘e fforbice…A prima mattina”. Non mancano certo nell’allestimento cartoni, giornali, sughero, asticelle, muschio, pittura, per giungere alla posizione delle luci, l’acqua nel fiume, la neve, il cielo stellato, i pupi e per ultima la cometa, legata ad un filo di nailon, sulla grotta e, infine, la frase memorabile“Tommasi’, te piace ‘o Presebbio?” Il presepe, pur rievocando la Natività , è un archetipo junghiano per esprimere la propria creatività legata alla cultura pagana a cui ogni uomo è ancora molto vincolato. Esso rappresenta il mondo degli umili e nella sua semplicità invita a riflettere e i piccoli abitanti, immersi in un paesaggio di cartapesta, chiusi nel loro mutismo, sussurrano parole di speranza d’Universale Eguaglianza. Il primo presepe nasce a Napoli nel 1025 (San Francesco a Greccio nel 1223) nella chiesa di S. Maria del presepe realizzato con “tettoie in legno” rette da tronchetti d’albero. Nel Medioevo abbiamo le prime sacre rappresentazioni con attori che si esibiscono sui sagrati e all’interno delle chiese. Roberto d’Angiò regala nel 1340, il primo esempio con statue lignee e vestiti in stoffa pregiata e ricami in oro alle Clarisse di Santa Chiara. Nel 1478, i fratelli Pietro e Giovanni Alemanno realizzano, usando la stessa tecnica 41 statue a grandezza quasi naturale, nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara. Vanno ricordati, in epoca rinascimentale, il Belverte in San Domenico Maggiore, Rossellino autore di un altorilievo in marmo in Sant’Anna dei Lombardi, Giovanni Marigliano fonda (1480-1558) una scuola di artigiani presepiali. La tradizione di vestire le statue con abiti del tempo viene introdotta da San Gaetano da Thiene, giunto a Napoli nel 1534. Domenico Impicciati (1532) realizza statuette in terracotta dipinte a olio e dispone in basso la grotta, in alto i pastori con il gregge, in lontananza il corteo dei Re Magi. Lo schema è divenuto prototipo nell’Italia del centro-sud. Nel XVIII sec., Michele Perne idea statuette in “misura terzina” (cm. 35-40) per renderle mobili con l’anima in fil di ferro, corpo di stoppa, arti di legno, testine in terracotta dipinta e occhi con vetrini. L’Illuminismo laicizza ancora di più l’arte del presepe con le firme di Sammartino, Vaccaio e Celebrano. Le scenografie sono sfarzose, le dimensioni sono spaziose tanto da riempire ampie stanze e l’architettura stupisce. Il presepe a Napoli è un museo storico degli usi e costumi della città con i volti della sua plebe, ambulanti, botteghe, oggetti, cibi, simboli, luoghi fedelmente riprodotti. Russo in “’O Presepio” ricorda alcuni personaggi caratteristici: “‘a pacchiana cu ll’ova, ’o cacciatore cu ‘o coniglio mmano ‘e tre Re Magge ricamate ‘argiente…’a lavannara ca spanneva ‘e panne, e ppecurelle nnanza ‘o sciummetiello, ‘o voie e l’asinello, chilo d’e rricutelle, ‘o tavernaro, e ‘o zampognaro cu ‘o ciaramellaro…”

Commenti scritti sul presepe napoletano sono di: Adlerbeth(1738), Vanvitelli(1752), Saint(1759), Sharp(1765), Goethe(1787), Gorant(1793), Rehflues(1808), Brun(1810), Orloff(1812), Kopisch(1856).

Mentre il presepe è ricercato nella sua progettazione, l’albero finto o vero è un guizzo di fantasia pieno di fili nastri palle fosforescenti luci colorate intermittenti e accoglie, alla sua base, regali in carta variopinta e nastri di raso e sopra, come una stella, un minareto luccicante. Eduardo nell’atto unico “Il dono di Natale” descrive il menù “Qua sta la noticina”:insalata di rinforzo, broccoli di Natale, spaghetti con le vongole, imbianco di pesce, capitoni arrostiti, scarole imbottite, aragoste, pasta reale, croccante, struffoli e sciòsciole. In “Natale …”, scrive “ E’ chella Santa Iurnata e se nne vanno ‘nu sacco ‘e denare” e si va tavola allegramente cantando. La cucina napoletana ha altre delizie: salsiccia, salame, bocconcini di bufala, caciocavallo, caciottina, casatiello, taralli sugna e pepe, babà, raffioli, roccocò, sfogliatelle, vini DOC. Salvatore Di Giacomo in “Nuttata ‘e Natale” commenta la fine della cena “Fora, dopo magnato, esce nfucata ‘a gente”. “Lacrime napulitane” di Libero Bovio, negli anni dell’emigrazione, chiarisce il culto della tradizione “ Mia cara madre, sta pe’ trasi Natale, e a stà luntano cchiu me sape amaro…comme vurria senti’ nu zampognaro! A ‘e ninne mieje facitele ‘o presepio, e a tavola mettite ‘o piatto mio; facite, quanno è a sera d’’a Vigilia, comme si mezzo a vuje stesse pur’io”. Non è Natale per chi vive solo senza famiglia, oppure, senza fissa dimora, per chi non ha lavoro e per chi ha perso un caro.

 

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