Medici Senza Frontiere al Castel Nuovo

di Italo Pignatelli

 

La mostra “Urban Survivos” ideata da MSF, agenzia di Napoli, e dalla Fondazione NOOR (luce in arabo)  presenta foto di Stanley Greene, Alixandra Fazzina, Pep Bonet, Francesco Zizzola, Jon Lowenstein, fotografi di fama internazionale, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura  del Comune di Napoli.

Viene documentata la tragica vita di bambini, donne, uomini, in cinque baraccopoli dislocate a Greene in Asia a Dacca città del Bangladesh, Fazzina a Karachi in Pakistan, Bonet a Johannesburg di Zimbawe, Zizzola tra gli abitanti di Kibera a Nairobi in Kenya, a Port-au Prince in Haiti di Martissant Jon Lowenstein. Sono scatti di vittime delle guerre civili, di HIV/AIDS, tubercolosi e  colera. Popolazioni abbandonate assistite da volontari e medici di MSF nei primari bisogni umanitari,  malnutrizione, assistenza sanitaria.

MSF nasce in Francia nel 1971 su idea di giornalisti e medici. Fornisce assistenza in 60 paesi alle vittime di violenze, guerre, catastrofi naturali, epidemie. Nel 1999 è stata insignita del premio Nobel per la Pace.

La NOOR, organizzazione internazionale no-profit nata ad Amsterdam nel 2007, informa con i reportage.

“Urban Survivors” è un progetto multimediale con audiovisivi e foto realizzati nei luoghi già citati. Lo scopo è di sensibilizzare l’opinione pubblica del mondo sulla vita inumana, al limite della sopravvivenza. L’ONU ha stimato una crescita di diseredati nelle baraccopoli da 715 milioni del 1990 a 1 miliardo nel 2007. Fuggono dai villaggi e dalle campagne incoltivabili per sperare in una vita migliore nelle città.  

Nelle  foto si evidenzia il dramma vissuto nella solitudine, nella povertà nel degrado ambientale. Domina la tristezza sui volti emaciati dalla scarsa nutrizione, dalle sofferenze fisiche, dalla perdita della dignità preziosa e vitale a qualsiasi età per ogni essere umano. Non c’è un sorriso. Solo alcuni bambini appaiono vivaci perché sognano. In posa  muti davanti all’obiettivo  chiedono di non essere abbandonati, di essere portati via da quei luoghi malsani simili ai peggiori gironi danteschi, di mangiare e giocare come gli altri. Loro aspettano, sperano, fantasticano. Certezza dell’abbandono e delusione non li hanno   immobilizzati.

Essi con occhi sgranati fissano l’obiettivo della macchina fotografica. Sono occhi che parlano al mondo.

Per essi ogni fotografo può essere il nocchiere verso una nuova vita. L’angelo che li strappa alla morte.

Il tema dominante è la rassegnazione che soffoca la vitalità degli adulti. Non sperano più di essere salvati da quei pochi governi che gestiscono la vita, l’economia, la cultura, il tempo libero dell’intera umanità.

Gli scatti sono realtà che noi non viviamo  nella nostra agiatezza. Essi vivono oppressi anche dall’apatia.

Nei loro volti non vibrano emozioni. Sono fermi all’ombra di una tragica esistenza. Aspettano invano l’appuntamento con le società opulenti per tornare ad essere accettati come esseri umani tra gli altri. Non parlano delle loro storie. Le hanno raccontate troppe volte ma sono ancora pochi ad ascoltare. Desiderano varcare la soglia della povertà, girare pagina al loro destino, essere sorridenti nelle foto. Vogliono spegnere la tristezza. Temono di essere azzannati dalla morte in giovane età senza aver vissuto. Certamente desiderano correre nei prati, nel vento di una vita diversa, nuotare in un mare di felicità.

Chiedono al fotografo di seguirli per fissare su carta patinata la loro orribile esistenza in cui giacciono. Non si atteggiano a vittime di un destino che li ha affossati nella nostalgia dei loro luoghi d’infanzia, nelle più atroci e inguaribili malattie, nell’impossibilità di lavorare, di vivere in una casa, di mendicare.

I fotografi hanno visto la frustrazione nei volti e negli atteggiamenti. Noi nelle foto vediamo la morte. In una prossima documentazione quanti di loro non saranno più vivi? Le foto sono solo di cinque campi. Quanti altri nuovi lager esistono? Quando la tela di Caravaggio “le sette opere di misericordia” sarà letta e potrà diventare messaggio, legge, primo comandamento, per l’ONU, per gli Stati, ed altri Enti?

L’impegno civile è sempre più assente. Le tre parole della Rivoluzione francese hanno avuto vita breve. MSF merita sostegno. Aggrega tanti volontari anche tra i giovani in aiuto di altri nel mondo.

 La mostra sarà visibile fino al 28 marzo dalle ore 9 alle 19. Ingresso 6 euro per visitare anche il castello e la Pinacoteca che custodisce antiche pitture napoletane. Chiusa la domenica. Il sabato i volontari di Napoli illustreranno l’opera di MSF dalle ore 10 alle 13, dalle 16 alle 18,30. Per ulteriori informazioni: info.napoli@rome.msf.org , www.facebbok.com/msf.napoli, www.medicisenzafrontiere.it

Il progetto mostra “Urban Survivors” è visibile sul sito online http: // www.urbansurvivors.org/it/

L’ufficio stampa di MSF ITALIA presente nell’organizzazione è a cura di Francesca Mapelli e Sara Maresca.

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