Il “problema immigrati”

 

di Italo Pignatelli

A Napoli non esiste. Città fondata, otto secoli a.C., da immigrati da Rodi, superstiti dalle insidie del mare. Il porto  e il clima, quasi sin dall’inizio, favoriscono la presenza di filosofi artisti e letterati stranieri. Le arti e le scuole di pensiero creano ovunque città belle e  ospitali. Napoli è stata meta ambita anche nel “Gran Tour”.  

L’ONU  sollecita la Comunità europea per la soluzione del problema  politico, sociale, economico, giuridico.

Omero e Virgilio, cronisti, raccontano dettagliatamente i perigliosi viaggi dei due leggendari uomini in fuga tra le onde del Mediterraneo. Ulisse, autore della strage di innocenti, fugge per dimenticare ed Enea, vittima di una guerra folle voluta per futili motivi, in viaggio con il padre e il figlio per una nuova Patria.

La storia del “Mare nostrum” è densa del  fenomeno dell’immigrazione di una umanità segnata dal dolore.

 La Democrazia e la Civiltà sbarrano alle frontiere i rifugiati. Sono donne uomini bambini che cercano di vivere una propria conditio humana.  Spinti dalla disperazione,  affrontano difficoltà e precarietà. Si cibano di altri cibi, si curano con altre medicine, si vestono con altri abiti,  abitano in topaie, camminano su vie chiassose tra lo smog. Giovani donne e minori inciampano spesso nella realtà violenta della criminalità.

Noi abbiamo paura del povero straniero. Soffriamo la loro presenza. Ostacoliamo la loro integrazione. Eppure tanti europei hanno cercato fortuna in altre terre. Una moltitudine ha vissuto “il viaggio della  speranza”  verso l’ America o  l’Australia. Ogni popolo europeo “barbaro” ha invaso altri paesi confinanti.

Siamo tutti figli di emigranti: fenici, greci, arabi, saraceni, cartaginesi, egiziani, normanni, turchi, ecc.

Il “problema immigrazione” è solo in noi, nella nostra cultura, nella nostra legislazione, nel nostro comportamento di fronte a chi si presenta malvestito triste denutrito solo e sfiduciato “sono immigrante”. Che vita lasciamo che conducano? Li aiutiamo o  a loro rendiamo più difficile vivere da uomini tra noi? Con la nostra legislazione neghiamo loro persino i diritti fondamentali nel rispetto della dignità umana scritta nella nostra religione. Erano più credenti i popoli pagani di Nausica e di Didone o gli stessi Proci in Itaca?

I “rifugiati”, nell’era della globalizzazione, non hanno gli stessi diritti dei cittadini ai quali offrono il loro lavoro, l’assistenza ai vecchi e agli infermi, la loro cultura. Sono esclusi dalla vita sociale e politica in virtù di una esclusione istituzionalizzata che sancisce principi privi di giustizia e di equità tra esseri umani diversi solo per essere nati in città lontane dall’Europa. La globalizzazione tutela i propri interessi e degrada ogni relazione umana rendendo più poveri coloro che sono nati poveri o sono vittime di guerre civili volute dai governi che esportano la pace con le armi provocando massacri di innocenti e annientamento di culture.

Il diritto di “cittadinanza” si erge come frontiera. Le nostre “società ricche” sono simili ad un “Castello” di Kafka che risulta praticamente inaccessibile agli stranieri diseredati. Proviamo dolore, ma solo per pochi attimi, alle notizie di tragedie in cui donne bambini giovani muoiono in mare per avere rischiato la propria vita nel tentativo di entrare nel “Castello”. La “frontiera della cittadinanza” uccide. Vieta a tanti di vivere una nuova vita pubblica nella pienezza dei propri diritti di cittadini in un’altra città. I “rifugiati” scappano dalla violenza dei loro paesi “incivili” ma subiscono ancora violenza, però, legalizzata da noi “popolo civile”.

Sono definiti “invasori”, “non cristiani”, “violenti”. Sono un pericolo per l’ordine pubblico e per la nostra tranquillità. Servono, però, per fare quei lavori che noi, pur essendo disoccupati, non vogliamo più fare perché in possesso di un titolo di studio, spesso avuto in regalo. La nostra generosità ci induce a dare questo tipo di lavoro a loro che sono diplomati o laureati. Le istituzioni vigilano a tutela dei propri cittadini.  Gli “invasori” devono integrarsi. Noi “popolo civile e multiculturale” imponiamo la nostra lingua, la nostra religione, la nostra cultura, i nostri usi, in modo da cancellare le loro tradizioni, la loro storia, i loro costumi.

E’ anche questa violenza con cinismo. E’ il maltrattamento della dignità creando  situazione di malessere. Si blocca ogni dialogo interculturale e di solidarietà escludendo con loro ogni condivisione con il loro mondo.

La convivenza si basa sull’ ospitalità che prevede anche il dialogo e l’ascolto del loro dolore per aver vissuto l’abbandono della famiglia, dei luoghi di ricordi, della loro vita in patria ed ora da rifugiato, dei progetti sognati da realizzare nella “terra promessa”. Renderli protagonisti e non spettatori delusi della vita che altri conducono tra agi e affetti. Incominciamo col dare loro lo stesso aiuto che hanno i terremotati: una casa, acqua, gas, luce, asilo e scuole per i loro figli e botteghe per la vendita dei loro prodotti. Un tetto offre  tranquillità, sicurezza di non essere preda dei criminali, possibilità di inserimento nel lavoro ad essi adatto.

Invece di accoglierli con navi militari guanti bianchi e mascherine, inviamo navi da crociera nei loro porti. Oltre a mostrare una civile dovuta ospitalità, potrà essere una sicura lotta “ai mercanti di morte” ed anche si eviterebbe di bloccarli e pigiarli in campi di accoglienza alla mercé di  ignobili cooperative neofasciste.

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