La “Stazione Passeggeri”

 

 di Gabriella Pesacane  

 

Chi giunge oggi  a Napoli dal mare, riceve un’immagine della città formatasi attraverso i  secoli, sebbene  una rilevante trasformazione fu apportata   negli anni ’20 per volere dell’Alto Commissario. Nelle vedute settecentesche, come in molte fotografie dell’Ottocento, Napoli appare adagiata sulle pendici di rilievi che giungono fino al mare, protesa verso le acque con poche lingue di terra artificiale:il lungo Molo S. Vincenzo, il Molo Grande con la lanterna ed il Molo Orientale. Il tessuto edilizio compatto e stratificato, punteggiato dal bagliore delle cupole e dalle rare macchie di verde, si affacciava dai dirupi tufacei o giungeva spesso a lambire le acque del golfo solcate da silenziosi velieri.

Al vasto programma di opere previsto nel ’24, l’Alto Commissario aggiunse la decisione di edificare una nuova stazione marittima per passeggeri sul molo grande, in sostituzione di quella al Molo Pisacane ormai inadeguata. Demolito pertanto nel 1928 il Molo di San Gennaro, le strutture di punto franco ed il glorioso faro lenticolare, si disegnò un’unica, ampia banchina in asse con   Piazza Municipio. Il progetto della  nuova stazione, nacque da  un concorso bandito  nel 1933; l'edificio avrebbe segnato l’ingresso alla città ed all'imponente struttura portuale; sarebbe sorta “nel cuore stesso della città”, in un quadro si particolare bellezza panoramica e di suggestività storica all’ombra di Castelnuovo.

La volontà di realizzare un’opera monumentale, fortemente rappresentativa, è evidentemente espressa nella stessa localizzazione:la stazione è di fatto prossima alla più grande piazza napoletana in assoluto, la sua fabbrica deve confrontarsi con presenze architettoniche di grande valore quali le poderose torri di Castelnuovo,il Palazzo Reale, il Municipio e ancora più importanti gli elementi paesaggistici costituiti dal Vesuvio e dalla collina del Vomero. Emblematica cerniera fra due significativi interventi del regime – il porto e la litoranea – la stazione diviene il monumento alla vocazione mediterranea e coloniale di Napoli. Si tratta dunque di un atto insediativo preciso, in esso strategie politiche e scelte urbane visibilmente coincidono; l’appalto –concorso bandito nel ’33 dal Ministero dei Lavori Pubblici pose vincoli rigidissimi. Primo la tipologia ed il posizionamento della stazione: l’edificio doveva essere costituito da due corpi di fabbrica lunghi 181,50 m e larghi 27,50 m, collegati fra loro al primo livello per  creare un ponte  tale da consentire il passaggio dei binari ferroviari al piano terreno. Comodi accessi alle navi dovevano essere assicurati tramite le pensiline previste sulla nuova banchina lungo i fianchi dell’edificio. Lo stesso avrebbe canalizzato in tal modo flussi di ben 4000 persone secondo quattro percorsi distinti per classe (economica e di lusso) e direzione (arrivo e partenza); avrebbe accolto al suo interno numerosi uffici, tra questi la dogana, il servizio emigranti, l’ufficio postale. Ristoranti, sale d’aspetto, alloggi per i comandanti avrebbero trovato posto ai piani superiori.

Le richieste del bando dunque configurarono l’edificio quale grandiosa macchina di interscambio fra traffici ferroviari e marittimi nell’ipotesi dell’attracco contemporaneo di quattro transatlantici!

Un breve cenno meritano i progetti presentati al concorso da illustri nomi, tra questi basti citare M. Canino e C. Guerra.

 Tutti i progettisti sembrano concentrare la propria attenzione sul fronte principale dell’edificio: nelle diverse soluzioni si ravvisa la volontà di marcare la facciata con le testate dei due corpi simmetrici posti in asse con la piazza. Anche dell’edificio del progetto vincitore, quello di Cesare Bazzani massima caratterizzazione è riservata alle testate brevi, i lunghi corpi previsti dal bando vengono collegati a mò di ponte da passerelle “appoggiate” su volte ribassate.

La tranquilla monumentalità di questo fronte acquista accenti inquietanti grazie ai lucernari sovrastati da cassoni contenenti acqua,ma la verticalità è in questo edificio voluta proprio per richiamare lo sguardo su di sé, altrimenti perso nelle vaste dimensioni dello spazio urbano. Minore vigore si ravvisa nelle fiancate dove la lunga teoria degli oblò, viene appena scandita dai portoni di accesso alle banchine e trova, in corrispondenza del corpo centrale, la brusca cesura della loggia ad archi.

La grigia pietra di lava compone il basamento peraltro oscurato dalle pensiline di questo edificio, altrimenti inesorabilmente bianco, eccezione fatta per le testate rivestite completamente dalla calda tonalità del travertino. Poco nota se non sconosciuta ai napoletani, è la testata sul mare, composta da due corpi cilindrici quasi interamente vetrati. In conclusione vorrei notare come in tutti gli edifici del Ventennio, l’intento simbolico sia realizzato: la ragione politica dello stato fascista si rivolge al passato dei fasti romani per illuminare il futuro proponendosi dunque come momento di sintesi e di continuità.

La Stazione Marittima in una cartolina del 1940

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