Breve storia del Porto di Napoli
Il concorso per la Nuova Stazione Marittima

di Gabriella Pesacane

La volontà di realizzare un'opera monumentale, fortemente rappresentativa, è evidentemente espressa nella stessa localizzazione; la stazione viene,infatti, costruita in quella che  era andata configurandosi, in seguito ai lavori di isolamento e ripristino del Maschio Angioino, come la più ampia e rappresentativa piazza napoletana. Deve  confrontarsi con l'alto valore paesaggistico, le sagome morbide del Vesuvio e del Monte Somma all'orizzonte, con la significativa presenza architettonica del Castelnuovo e del Palazzo Reale, fronteggia il Palazzo San Giacomo e la collina di San Martino dominata dal Castel Sant'Elmo e dalla Certosa.

Emblematica cerniera fra due significativi interventi del regime, il porto e la litoranea, la stazione diviene il monumento alla vocazione mediterranea e coloniale di Napoli; è l'emblema del presente in una piazza in cui lo scorrere del tempo è stato cancellato, per lasciare isolati e privi delle naturali stratificazioni, solo i grandi monumenti resi “integri testimoni della storia urbana”.

Per questa nuova porta alla nuova città, viene dunque delineato un atto insediativo deciso e potente, in esso coincidono visibilmente strategie politiche e scelte urbane. L'appalto – concorso, bandito nel 1933 dal Ministero dei Lavori Pubblici, pose vincoli rigidissimi, in base ad un accurato studio elaborato dal Genio Civile.

La stazione, secondo la tipologia ed il posizionamento fissati dal bando, doveva essere costituita da due corpi di fabbrica, lunghi 181,50 m e larghi ciascuno 27,70 m collegati fra loro all'altezza del primo piano. Un edificio ponte che consentisse, al piano terra, l'attraversamento dei binari ferroviari per il trasporto delle merci e dei passeggeri. Comodi accessi alle navi venivano assicurati dalle pensiline previste sulla nuova banchina lungo i fianchi dell'edificio. Un flusso di circa 4000 persone si doveva canalizzare all'interno dei saloni per distribuirsi poi, secondo quattro percorsi distinti per classe economica e direzione (arrivo o partenza); dovevano essere allocati numerosi uffici quali, la dogana, servizio emigranti, merci, poste etc. oltre a ristoranti, sale d'aspetto, alloggi per il comandante del porto ed il comandante della stazione stessa.

Quasi concretizzando  le teorie futuriste  dell'architetto Sant'Elia, le richieste del bando configurarono un edificio quale grandiosa macchina di interscambio fra traffici ferroviari e marittimi nell'ipotesi dell'attracco contemporaneo di ben quattro transatlantici.

Il tema dunque, sebbene estremamente vincolato sotto l'aspetto funzionale e distributivo,, si presentava ricco di interessanti stimoli: su un ampio braccio di terra artificiale, largo ben 120 m e proiettato per 400 m di lunghezza nelle acque del Golfo, bisognava configurare il nuovo accesso dal mare alla città e, contestualmente, definire il lato Orientale di Piazza Municipio che, con accentuata pendenza, giunge alla quota di banchina, trovando nella stazione la conclusione del suo lungo asse compositivo. Un edificio dunque, i cui, inusitatamente i fronti brevi assumono importanza primaria nell'immagine della città.

Il concorso che per Cresti sembra non appartenere “alla linea di condotta inaugurata con la stazione di Firenze, che cercava di conciliare la stretta funzionalità a scelte linguisticamente più avanzate”, ebbe un iter  piuttosto oscuro ed esito discutibile e discusso. Senza provvedere ad alcuna graduatoria ufficiale, i lavori furono affidati alla Ferrobeton che si avvaleva del progetto dell'Accademico d'Italia Cesare Bazzani, realizzato appunto fra il '34 ed il '39.

Nella prima fase  di concorso furono selezionati i progetti di Aschieri, Autore, Bazzani, Broggi, Canino, Fagnoni, Milani, Manfredi e Bianchini. Tutti i progettisti sembrano concentrare l'attenzione, sulle testate brevi oltre che sui problemi distributivi, in particolare sul fronte verso terra   in virtù delle prospettive assiali, concesse dall'amplissima piazza.

Nelle diverse soluzioni si rileva costante la volontà di marcare la facciata con le testate dei corpi simmetrici ed in asse con la piazza, come suggerito dallo schema assegnato dal bando. Fanno eccezione i progetti di Aschieri (del gruppo Tedesco- Rocca – Aloisio) e di Piccinato. Mentre  i primi conferiscono al fronte, esaltandolo, il valore di un fondale per la piazza,lontano e silenzioso, con volumi compatti, simmetrici e marcatamente orizzontali, Piccinato sembra rifuggire dalla definizione di facciata: volumi elementari e distinti vengono poggiati su un'ininterrotta battuta di pilotis, evitando qualsiasi riferimento simmetrico.

Anche nell'edificio realizzato su progetto di  Bazzani, massima caratterizzazione è data alle testate brevi per le quali la tipologia assegnata, diviene ispiratrice della simmetrica composizione. I corpi lunghi previsti dal bando vengono, infatti, collegati a mo' di ponte dalle passerelle poggianti su eleganti volte a sesto ribassato, interrotte dal grosso pilone centrale; questo ingombrante supporto, che Bazzani avvolge di un'ombra profonda, non è rappresentato nelle numerose prospettive e prospetti richiesti dal bando. Al contrario, da questi disegni, sembra emergere l'intento di lasciare libera  la visuale del mare grazie alla felice soluzione a ponte. Identica la  definizione del corpo centrale, leggero, per l'ampia e ben composta apertura, caratterizza entrambe le facciate, diverse invece nel trattamento, le  testate dei corpi longitudinali  che nel fronte verso il mare assumono l'aspetto di esedre semicircolari.

La tranquilla monumentalità del fronte, acquista accenti più inquieti per lo svettare dei corpi massivi dei lucernai sovrastati dalle strutture trasparenti dei cassoni riempiti di acqua. La ricercata verticalità di questi “torrioni”, rivela l'esigenza, evidente anche nei progetti di Broggi, Fagnoni e Bianchini, (ed in quello non selezionato ma, molto interessante, di Camillo Guerra), di richiamare lo sguardo, altrimenti perso nelle vaste dimensioni dello spazio urbano, sulla mole considerevole di questo edificio che, sebbene arretrato sul pontile, è percettivamente schiacciato dal piano inclinato  della piazza.

Minore vigore si trova invece nei fronti laterali dove, la lunga teoria delle aperture architravate e degli oblò, viene appena scandita dall'aggetto lieve dei portali di accesso, e trova, in corrispondenza del corpo centrale, la brusca cesura della loggia ad archi.

In definitiva, il nuovo edificio doveva sorgere sull'area dei magazzini generali del porto franco, realizzati cinquant'anni prima ad opera di un gruppo di giovani ingegneri che annoverava anche Alfonso Guerra (padre di Camillo). La stazione doveva divenire parte di un paesaggio già  familiare ai napoletani, inserendosi discretamente in un contesto carico di storia e proponendosi come nuovo simbolo, punto di congiunzione tra passato e avvenire .

L'intento simbolico è evidente: la ragione politica dello stato fascista si rivolgeva al passato per illuminare il futuro, proponendosi come momento di sintesi e di continuità.

Allo stesso modo è evidente l'intento scenografico, sono gli stessi disegni di Guerra, ancor prima delle sue parole, a suggerire una visione notturna di questa architettura: il ritmo regolare delle vetrate che si riflettono nell'acqua ed il Molo Angioino rischiarato dalla scure di luce.

(fine)

* per ulteriori approfondimenti sul concorso: ArQ3 Architettura Quaderni 3- Sezione “Sperimentazione Progettuale” Dipartimento di Progettazione Urbana – Università degli Studi di Napoli – giugno 1990- Officina Edizioni, Roma.


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