Storia del Porto di Napoli
La Decadenza post- unitaria

di Gabriella Pesacane

I fasti del Settecento e dell'Ottocento sono ormai solo un ricordo per il Porto di Napoli,sostanzialmente la storia “architettonica” del  porto durante la fine dell'Ottocento è fatta di nuovi ampliamenti e costruzioni tutte relative ai moli.  Il molo di San Vincenzo raggiunge una lunghezza di 800 metri, la banchina interna al molo di San Gennaro viene sistemata per alloggiarvi  un deposito franco per i Magazzini Generali. I nuovi moli sono tre, denominati rispettivamente molo Orientale, molo a Martello e molo Curvilineo, si realizzarono anche l'area di Porta di Massa, la lussureggiante Villa del Popolo ed una linea ferroviaria interna. Nel 1900 il molo San Vincenzo ebbe sistemazione definitiva con il rafforzamento della testata a martello lunga 20 metri ma, fu solo nel '36 sotto il regime fascista, che si impresse al fronte cittadino sul mare, una significativa evoluzione con la costruzione della Nuova Stazione Marittima.

Edificata sul ponte trapezoidale in luogo della secolare lanterna, la stazione è l'ultimo intervento architettonico effettuato nel porto, da questo momento in poi i progetti realizzati riguardano l'ammodernamento dei modi di navigazione sì da poter concorrere con gli altri porti europei.

La storia sarà una storia di decadenza e abbandono fino alla fine degli anni Novanta, con questa imponente parte di città sovradimensionata alle sue funzioni o, se si preferisce, sottoutilizzata e che appare come una lugubre periferia.

Gli anni '30 furono segnati dalla massiccia politica colonialista del regime fascista, la città tutta, ed in particolar modo la porta d'ingresso dal mare,nella propaganda di regime, doveva divenire “il ponte tra l'Italia e i domini africani”. Sebbene contrassegnati da prospettive ristrette, i lavori furono davvero considerevoli e costituirono per l'Alto Commissariato della città e Provincia di Napoli, l'impegno prioritario e di massimo prestigio.

L'insieme delle opere seguiva le direttive del Piano di Massima per l'Ampliamento (1909): estensione verso Oriente del porto mercantile, potenziamento e migliore ordinamento della struttura ferroviaria e degli “arredamenti” portuali.

Avviati subito dopo la guerra dall'Ente Autonomo Porto, i lavori ebbero notevole impulso economico con lo stanziamento  di duecento milioni,previsto dal Regio Decreto  n. 239 del 20 gennaio 1924 per interventi volti al miglioramento della difesa foranea, alla sistemazione del vecchio porto mercantile,all'ampliamento del porto con il nuovo bacino commerciale ed infine, all'ottimizzazione e all'incremento dei collegamenti ferroviari. La trasformazione comportò anche delle “opere sussidiarie” tese ad ampliare i servizi doganali  quali, la deviazione del torrente Pollena  e la sistemazione edilizio – sanitaria del Mandracchio, che avrebbero facilitato le comunicazioni fra il centro della città e la parte orientale del porto.

Si giunse al 1935 con un porto di ragguardevoli dimensioni: un avamporto di 90 ettari (quello di Levante ne vantava 28), il porto commerciale di 130 ettari contro gli 81 del precedente. Ben 50 ettari di specchi d'acqua protetti ed il costruendo bacino di carenaggio, il maggiore del Mediterraneo.

Una rilevante trasformazione modifica dunque, la tradizionale immagine della città dal mare. Nelle vedute settecentesche, così come in molte fotografie dell'Ottocento, Napoli appare adagiata sulle pendici di rilievi che giungono fino al mare, protesa verso le acqua con poche lingue di terra artificiale: il lunghissimo molo San Vincenzo, il molo grande con la Lanterna e, solo verso la fine dell'Ottocento, il molo Orientale. Il tessuto edilizio compatto e stratificato, punteggiato dal bagliori delle cupole e dalle rare macchie verdi, si affacciava dai dirupi tufacei o giungeva spesso a lambire le acque del Golfo, solcate da silenziosi velieri.

Con la realizzazione ella Litoranea, il compimento della colmata di Santa Lucia, il prolungamento di via Caracciolo e l'allargamento di via Posillipo, anche il litorale occidentale diventa parte dell'intervento che, in continuità con quelli ottocenteschi, modificherà definitivamente la naturale linea di costa. Non più spiagge, caseggiati o costoni tufacei, da Posillipo fino al Piliero, un ampio e continuo solco viario separa il tessuto urbano dalle acque del Golfo e definisce il margine della città sul mare.

Al vasto programma di opere previsto nel '24, l'Alto Commissario apportò una significativa variante: la decisione di edificare una nuova stazione marittima per passeggeri da allocare sul molo grande in sostituzione di quella, ormai inadeguata, sul molo Pisacane. I lavori di trasformazione e ampliamento vennero avviati nel 1928, demoliti il molo San Gennaro, le strutture di punto franco ed il glorioso faro lenticolare, si disegnò un'unica, ampia banchina in asse con la piazza ottocentesca. La nuova stazione diventerà l'ingresso dal mare alla città, sorta “nel cuore stesso della città in un quadro di stupenda bellezza panoramica e di suggestività storica, all'ombra del Castelnuovo”.

 

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