Breve storia del Porto di Napoli

La restaurazione borbonica

di Gabriella Pesacane

Quando nel 1666, giunse a Napoli,Pietro D'Aragona, proconsole di Carlo III, vide un porto strutturalmente malsicuro. Nei decenni precedenti, la città aveva raggiunto alcuni, contrastanti primati, se da un lato vantava il maggior numero di libri stampati e una seppur limitata ripresa dei traffici marittimi,dall'altro divenne la città più popolosa d'Europa, duecentomila abitanti ammassati ovunque, briganti e Turchi che scorazzavano liberamente chi per terra, chi per mare. Vi era abbondanza di tutto: balzelli imposti dalla spendacciona reggenza spagnola, carestie, la peste e la popolazione incattivita che, per la prima volta si ribellò allo strapotere spagnole, attraverso i noti moti capeggiati da Masaniello.

Fin dal suo arrivo, proconsole ordinò che fosse posto in opera e completato il progetto di Fontana iniziato dal conte  Olivares. Così non fu, per la seconda volta il progetto non fu portato a compimento perché troppo oneroso per le casse del viceré. Tuttavia, questi intendeva lasciare un segno del suo passaggio a Napoli, pertanto, concentrò la sua attenzione sulla Darsena, riattabile con poca spesa e molto lustro. Per l'opera il viceré si affidò  al maggiordomo dell'Arsenale (Andrea Festa) e a tal Bonaventura Presti[1] un bolognese che entrato nelle grazie del viceré, riuscì ad ottenere potere e danaro. L'intervento non era visto di buon occhio dagli ingegneri e dagli architetti del regno, i quali, più volte tentarono di distogliere il viceré dall'intento perché, una siffatta darsena, avrebbe minato le fondamenta del Castelnuovo e  lo  specchio d'acqua stagnante che avrebbe ammorbato l'aria intorno alla residenza reale. Il viceré non se diede pena e, anzi, all'indomani dell'inaugurazione, quando il viceré vi entrò trionfalmente a bordo della nave ammiraglia, la vice regina ne fece luogo di delizie mondane per sé e per la sua piccola corte.

Ben presto  i pericoli paventati da Giannettino Doria, divennero realtà, la Darsena era uno spazio insicuro esposto a tempeste e forturali, nel solo 1678, due fregate e sette tartane andarono distrutte, le due fregate di Castellammare inoltre ruppero le corde di due vascelli inglesi ivi ancorati. Tre anni dopo, una nave spinta dalle onde nel corso di una tempesta, si schianto contro la porta della Conceria.

Al contrario della Darsena così malamente configurata, l'Arsenale continuava ad essere il vanto di tutti.

Con la caduta temporanea degli Spagnoli sopraffatti dagli Austriaci, la città visse uno dei periodi più bui della sua millenaria storia, l'economia era inesistente, di conseguenza anche il porto non crebbe. Fortunatamente,  dal 1739 al 1745, con la reggenza dei Borbone,l'economia riprese vigore e dunque,  l'area portuale è ancora una volta restaurata e ampliata.

Non si trattò solamente lavori di tipo ingegneristico ma, anche di abbellimento. Il Molo Alfonsino, su progetto Giovanni Bompiè (Architetto delle Reali Guardie della Marina), venne allungato di altri 300 palmi con un tratto dedicato a San Gennaro, tant'è, che all'estremità del molo fu eretta una statua dedicata al santo patrono della città. Certo fa sorridere oggi che la statua fosse affiancata da un fortino con tre batterie. Una bella fontana,nel segno di una tradizione ormai consolidata,  completava l'opera sul molo.

Sul versante opposto del Piliero, venne ricavato un ulteriore piccolo molo sfruttando un prolungamento di una lingua di terra che, divideva il porto  grande dal piccolo. Il nuovo molo fu intitolato all' Immacolatella poiché esisteva in loco una statua della Vergine, posta anni addietro dai pescatori. Si configurò dunque uno specchio di acqua calma destinata al primo porticciolo mercantile. Come già accennato precedentemente, con l'ascesa del Borbone, la Sicilia si ricongiunge al Regno e Napoli, capitale ritrovata, riconquistò l'importanza perduta..

Dopo Carlo di Borbone, il porto si trasformò in una fabbrica a cielo aperto, la darsena si arricchì di edifici ed infrastrutture, allo scopo, venne anche demolita l'antica statua di San Vincenzo che si trovava all'imboccatura della darsena.

Per una compiuta lettura del tessuto urbano settecentesco, ancora una volta ci viene in aiuto la cartografia storica: la Mappa del Duca di Noja ci dà conto della precisa connotazione urbanistica che la città assume in questo secolo; definita per “punti ed assi” sul modello delle altre capitali europee.

I “punti” della zona portuale sono individuati all'esterno,con il centro civico imperniato su Palazzo Reale, il nuovo Real Teatro di San Carlo, la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli ed il più piccolo ma, architettonicamente validissimo, Teatro Mercadante. All'interno, sono il rinnovato Molo Alfonsino e la fabbrica del Tribunale della Salute che si attesta sul Molo Piccolo.

L'”asse” invece, è la splendida passeggiata tra l'attuale Piazza Municipio e la Lanterna sul Molo.

 

 

 

Tra il 1815 ed il 1860, il Regno aumentò vertiginosamente la sua capacità armatoriale, ergo, Ferdinando II decise di realizzare il Porto Militare al Molo   San Vincenzo. Il porto mercantile sorto sotto Carlo di Borbone, rimasto intatto per circa un secolo, viene adattato alle nuove necessità; al fine di ampliare la via del Piliero verso il mare,si costruirono due ponti, uno in ferro e l'altro in muratura, che lo livellarono. Ancora una volta, l'assetto del porto modifica la configurazione urbanistica di quella parte di città, che potremmo definire la porta di Napoli sul mare. La strada, definiva un paesaggio fino ad allora sconosciuto ai napoletani. Il molo, il lido, il mare stesso, si trovavano ad un livello inferiore rispetto alla strada carrozzabile, tant'è che in loco, esistevano numerose scalinate di fortuna, queste, diventarono vere e proprie scale , puntualmente e strategicamente inserite lungo i ponti.

Anche per la flotta il periodo si rivelò felice, varata nel 1818 la prima nave a vapore, la “Real Ferdinando I”, si creò il primo bacino di carenaggio italiano, uno dei più importanti al mondo per dimensioni ed attrezzature che,ancora oggi, è in grado di ospitare navi di imponenti dimensioni.

Il primo Faro lenticolare d'Italia, (un Fresnel) unitamente alla prima ferrovia a vapore, la Napoli-Portici, completa la carrellata dei primati ottocenteschi.

Tutta l'area circostante non subì sostanziali modificazioni, va però ricordata la costruzione nel 1825, del Palazzo San Giacomo, opera dell'architetto Stefano Gasse, voluto dalla reggenza per ospitare i ministri borbonici.[2]

 

 

Il ponte dell' Immacolatella al Mandracchio

(continua)

 


[1]    Pier Antonio Toma, Storia del Porto di Napoli, Sagep Editrice, cap. IV,pag. 41

[2]    Per un approfondimento della cartografia napoletana e della pittura di veduta dell'area portuale, si segnalano A.A.V.V. All'ombra del Vesuvio, Napoli nella veduta europea dal '400 all '800,  ed Electa Napoli, Napoli, 1990 nonché Cesare De Seta, Cartografia del Regno di Napoli, ed.Laterza, Bari

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14 maggio 2013

 

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