L’impianto e l’architettura della Mostra d’Oltremare nel 1940

 

di Gabriella Pesacane

La composizione generale della Mostra, secondo il progetto di Marcello Canino, l'Architetto Accademico d'Italia messo a capo dell'intero progetto, era stata impostata su due assi ortogonali: su quello longitudinale si attestavano le architetture che definivano i fondali prospettici quali, il portale d’ingresso, il porticato del Piazzale Roma, il Palazzo dell’Arte, il Teatro Mediterraneo; mentre il secondo asse fu concepito come asse verde. La cerniera tra l’architettura e il paesaggio era costituita dalla fontana dell’esedra, mentre nel punto di confluenza dei due assi fu collocata la Torre del Partito Nazionale Fascista (oggi Torre delle Nazioni) , infine, in linea con il Piano gran parte della superficie di oltre 1.000.000 mq fu destinata a parco, quale polmone verde del quartiere con le aree attrezzate del Parco Faunistico e del Parco dei divertimenti. Dunque l’impianto generale è costituito da aggruppamenti di spazi su maglie ortogonali, percorsi sfalsati che ripropongono il rapporto esistente tra l’asse longitudinale della Mostra ed il viale Augusto, di porticati laterali atti a ricomporre l’omogeneità delle cortine e dalla parte tenuta a giardino che definisce i limiti di ciascuna insula ed il tracciato stradale.

Le aree definite dai percorsi si basano esclusivamente sul disegno del verde: una successione di luoghi caratterizzati dalla giusta disposizione delle alberature e delle piante esotiche; questi percorsi “minori” si snodano fino al secondo asse che si sviluppa tra l’Arena Flegrea e il viale Kennedy che divide la composizione  a metà.

Se da un lato c’è dunque l’intuizione di poter destinare ad un uso pedonale gran parte della struttura mantenendo l’aspetto peculiare di impianto urbano, dall’altro emerge la forte connotazione di grande parco che instaura un rapporto diretto tra  l’architettura del singolo edificio, “punto fisso” tipologicamente forte  e quella degli spazi verdi.

 


Giuseppe Russo, l’allora Segretario Generale dell’Ente Mostra, sottolineava in uno scritto del 1952[1] l’importanza urbanistica dei grandi complessi espositivi, in quanto “ un’Esposizione non è un inserimento fatto a posteriori nell’urbanistica cittadina, ma un proposito che si traduce in un piano che condiziona planimetrie, impianti e costruzioni”. In tal senso egli rileva il graduale passaggio dal grandioso edificio unico (Champs Eliseè a Parigi, il Kensington Park a Londra, il Prater a Vienna), all’articolazione di veri e propri complessi urbanistici (Parigi, New York, Napoli, Londra), sorti tra gli anni ’30 e gli anni ’50, attraverso forme intermedie che risultano dal disegno di più edifici a carattere permanente intorno ai quali si raggruppa una pleiade di edifici o più spesso chioschi a carattere provvisorio.
 

La Mostra però, diversamente dalle realizzazioni londinesi, non si presenta come un misto di edifici monumentali ed edifici minori (si vedano i piccoli edifici raggruppati intorno al Dome of Discovery e al Royal Festival Hall), ma si svolge attraverso un susseguirsi di spazi architettonici.

 

Acquario tropicale    

La scelta di riservare 8.000 mq (su 700.000 destinati a verde) per il Parco Faunistico che raccogliesse  le specie animali dell’Impero, trova ragione anche nella notevole tradizione della Scuola Zoologica dell’Università e della Stazione Zoologica dell’Acquario napoletano, pertanto, la creazione del Parco parve l’indispensabile completamento di una siffatta struttura. Il Parco così come l’intera Mostra, doveva avere carattere stagionale (aperto da maggio a settembre), ma con la ricostruzione degli anni ’50 si decise di assegnargli funzioni permanenti.

L’altimetria del terreno suggerì a è Piccinato  la disposizione delle varie specie che segue prima l’ordine scientifico; a tale scopo l’architetto disegnò una serie di terrazzamenti panoramici realizzati in pietra, collegati da viali e scale quasi a suggerire l’itinerario da seguire. L’ingresso al Parco avviene mediante un corpo porticato delimitato da due volumi pieni; i setti del portico sono realizzati in pietra vesuviana che contrasta cromaticamente con il bianco della, soletta in cemento e delle pareti intonacate, questi delimitano i corpi laterali destinati alla cassa e alla direzione.

Nonostante la diversità delle funzioni svolte al suo interno il Parco presenta strette continuità d’impianto con il Parco dei Divertimenti. Anche in  questo caso Piccinato persegue la logica  della conformazione a terrazzamenti digradanti verso il viale Kennedy, sebbene con un carattere meno pronunciato e limitato a due soli terrazzamenti considerato l’andamento altimetrico meno pronunciato.

La principale attrattiva del Parco, l’otto volante, posta sullo sfondo del piazzale d’ingresso, definisce la posizione di tutte le altre attrattive. Particolare importanza ebbe il progetto del portale d’ingresso dal lato della Mostra che avrebbe completato la prospettiva del Viale delle Palme (l’asse longitudinale più importante de complesso fieristico). Piccinato creò per esso un triplo ordine di centine  di due diverse dimensioni, in cemento armato, sotto i cui fornici si trovavano le biglietterie; nell’intradosso delle stesse furono inseriti dei vetri rifrangenti per attirare l’attenzione grazie all’affascinante gioco di luci che ne derivava.



[1]   “I Mostra Triennale del Lavoro Italiano nel Mondo” – Mostra d’Oltremare – Napoli, Giugno – Ottobre 1952-

a cura di Ernesto Fiore – Supplemento al n° 1 – Anno IV di “Oltremare”.

 

  

 

 

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