La costruzione della Mostra d’Oltremare

 nella politica sociale   e  urbanistica del Ventennio fascista 

di Gabriella Pesacane

 La costruzione della Mostra d’Oltremare rappresenta l’ultimo atto di un programma di trasformazione urbanistica della zona occidentale iniziata nei primi anni del secondo decennio del secolo, che si proponeva di integrare l’area di Fuorigrotta al contesto urbano del centro della città. Questa parte della città si presentava come un agglomerato informe, connotato da forte degrado a livello produttivo e abitativo. Pertanto nel gennaio del ’39 si inizia la liberazione dell’area prescelta con l’abbattimento del vecchio Rione Castellana e della chiesa di San Vitale.  

La Conca Flegrea fu scelta perché presentava innanzi tutto  grossi vantaggi legati alla presenza della metropolitana e delle infrastrutture già create dalla Società Laziale; scelta che fu fortemente sostenuta da coloro che si riconoscevano nei criteri del Piano Regolatore Generale formulato nel 1936 che prevedeva l’espansione della città verso occidente con la relativa bonifica del vecchio villaggio, il completamento della rete stradale (definita già dal viale Augusto, da via Leopardi, dalla Strada Agnano – Miano e dall’attuale viale Kennedy) ed il definitivo assetto delle due gallerie. Successivamente fu sottolineato anche il valore turistico  dell’intervento in considerazione  delle rinomate stazioni balneari.

Con la definitiva approvazione del suddetto Piano Regolatore Generale  nel 1939 si concludono    decenni di studi e proposte urbanistiche  generali sulla città rimaste senza esito, compresi i piccoli interventi ed i Piani Particolareggiati  particolarmente incidenti sull’assetto urbano.

Il P.R.G. nasce dunque  sotto il governo fascista e ne reca ovviamente tutte le contraddizioni. Come nota A. Dal Piaz[1], la contraddizione più vistosa riguardava il dimensionamento: la politica fascista considerava quale traguardo importante il superamento della soglia del milione di abitanti, ergo si prevedevano   massicce espansioni edilizie e diffusi sventramenti.

Il Piano di Napoli, sebbene elaborato sulla scorta di quelli di Milano (1927/1931) e di Roma ( 1930)[2], presentava alcune differenze anche in ragione della situazione economica prevalentemente stagnante, tranne che per l’intensa attività di opere pubbliche; nasce infatti, in quegli anni il Rione Carità.

 Un consistente apporto economico giunge alla città successivamente grazie agli intensi traffici marittimi con l’Africa che facevano capo esclusivamente agli impianti portuali napoletani.

Il nuovo piano tiene si conto di questa situazione, ma aspira ad una collocazione regionale assumendo riferimenti politico – economici più vasti e complessi, ovvero la questione dell’articolazione del sistema viario alle diverse scale, da quella urbana a quella territoriale e della sequenza corretta delle priorità in vista  della crescita urbana onde evitare che si verifichi l’espansione anulare.  

Non a caso perciò, gli estensori del piano, opposero alla distribuzione anulare una distribuzione aperta, a quartieri staccati gli uni dagli altri, inframmezzati da zone verdi, infatti, nella zonizzazione la maggior parte della nuova edificazione venne dislocata presso quartieri esterni al di là delle zone agricole e delle zone verdi assumendo  per queste  un indice pari a 30 mq/ab.  

La peculiarità nota ancora Dal Piaz, sta proprio nel “ progetto di un sistema del verde atto a garantire l’equilibrio dimensionale e morfologico nella struttura insediativa complessiva”.

 



[1]           Le intenzioni e gli “atti” di un piano per Napoli. Il PRG del 1939 – in ArQ3 – Architettura Quaderni 3 – a cura della Sezione “Sperimentazione Progettuale” – Dipartimento di Programmazione Urbana – Università Degli Studi di Napoli, giugno 1990 – Officina Edizioni, Roma

[2]           Una colossale dilatazione dell’edificato.

 

 

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