Fuorigrotta: la trasformazione di  un territorio

 Il Piazzale Tecchio

di Gabriella Pesacane

 

Il Piazzale Tecchio si pone come luogo generatore dell’impianto e al tempo stesso terminale di Viale Augusto, asse direttrice della composizione urbanistica che si conclude, all’interno della Mostra con la Torre delle Nazioni. Di qui l’importanza di un fronte architettonico sul piazzale che lasci intravedere il succedersi delle architetture monumentali che, definiscono l’organismo Mostra peraltro, pensato e realizzato come un recinto   chiuso verso l’esterno , sul quale furono collocati   alcuni varchi o porte  atte a scandire il disegno delle maglie ortogonali che avrebbero potuto proseguire verso l’esterno e trasformarsi in vere e proprie direttrici di altre nuove aree di sviluppo.

Il Piazzale era ed è ancora in parte, definito da alcune architetture puntuali: la stazione Cumana della Mostra d’Oltremare prevista nel Piano del 1937 viene realizzata tra il 1938 e il 1940 dall’architetto Frediani  che sovrintende con l’Ing. Luigi Tocchetti  ai lavori di interramento della linea ferrata Cumana nel Rione Flegreo.

La localizzazione di due stazioni a Fuorigrotta è stata dettata dalla disponibilità di un’area non ancora investita da processi di urbanizzazione intensiva, di un’area non fortemente connotata rispetto alla città storica ma caratterizzata dalla presenza di linee di comunicazione efficienti,[1] peculiarità quest’ultima che avrebbe potuto prefigurare, come si è più volte detto in questo studio, un destino promozionale del luogo se, nel dopoguerra la speculazione edilizia unita ad interventi urbanistici avulsi da una qualsiasi logica di piano, non l’avessero dissolta.

 Collocata in un baricentro viario oggi più che mai complesso, voluta come struttura di accesso alla Mostra, la stazione Cumana, attesta la sua autonomia nella scelta espressiva e, al tempo stesso, condensa lo spazio libero intorno a se in una sorta di movimento centripeto.

 

L’edificio della stazione si pone come un volume circolare immerso in una barriera verde di lecci, pini e cedri del Libano: un cerchio di base ed un unico pilastro centrale che sorregge la struttura ad ombrello. L’anello esterno che ospita i servizi, gli uffici e le sale d’attesa, si apre sul Piazzale Tecchio con un ampio porticato scandito da colonne in calcestruzzo armato. A questo anello ne corrisponde un secondo più esterno che accoglie

gli ingressi e le uscite, con le scale di adduzione in direzione Torregaveta e Napoli; mentre, collocate in direzione opposta sul medesimo asse, le biglietterie e i servizi della stazione.

Interessante anche il gioco di luci creato dalle aperture a tamburo che si alza tra i volumi dei due cilindri. La copertura infine, ripropone il medesimo gioco geometrico della pianta: una semicirconferenza segnata da nervature in vetrocemento ed un’altra piena in cemento armato.

 

Il 19 maggio 1940 viene inaugurato l’Istituto dei Motori,  su di un asse ideale leggermente deviato rispetto a quello della Stazione Cumana, realizzato a metà degli anni ’30 su progetto di Camillo Guerra, unico Istituto italiano destinato a ricerche sperimentali e studi sistematici sui motori a combustione interna.

Danneggiato dal sisma del 1980, l’edificio venne abbattuto[2] e ricostruito tra l’85 e l’88 su progetto di   Pica Ciamarra Associati .

Il nuovo edificio  fa parte del Polo Tecnologico di Fuorigrotta, nell’area delimitata da via Marconi, Stadio San Paolo, Piazza Barsanti e Matteucci.

 L’Istituto dei Motori utilizza tecnologie innovative nei componenti, nei materiali, nei sistemi costruttivi e nella logica energetica; pertanto, il suo disegno è parte di un più ampio sistema incluso nella proposta di concorso.

Allo scopo due  muri attrezzati delimitano l’intera area ed al loro interno, possono inserirsi via via altri frammenti. L’edificio esalta i suoi rapporti con l’ambiente e con l’intorno in quanto si basa su principi bioclimatici legati all’acqua, al sole, al clima della città e alla difesa dai suoi rumori. Stretto in un lotto con un ampio fronte a sud, simmetrico nella configurazione ad abside, si radica al suolo in forme diverse che indirizzano prospetticamente verso il Politecnico e verso la nuova Piazza. I materiali sono stati scelti in relazione alle funzioni svolte dall’edificio: alluminio preverniciato per il blocco principale, acciaio per i serbatoi cilindrici posti tra i due muri attrezzati realizzati in ardesia.[3]

 

Otto anni più tardi, Luigi Cosenza progetta il Politecnico che conclude il Viale Augusto, ma già nel ’64 i primi istituti del triennio della Facoltà iniziarono il trasferimento. Restava da risolvere il problema  della situazione del biennio propedeutico che richiedeva una sede più adeguata. Fu pertanto bandito un concorso – appalto per i suoli di via Claudio che, Cosenza si aggiudicò nel 1969.

 

 In seguito sarà lo Stadio a completare il Piazzale. La prima pietra per lo Stadio San Paolo viene posta da Alcide De Gasperi nel 1952 dopo sette anni di travaglio burocratico relativi alla  sua localizzazione. Inizialmente il CONI aveva indicato la zona dell’Arenaccia che  ospitava già uno stadio anteguerra, ma fu lo stesso Cosenza a battersi per la costruzione dello stadio a Fuorigrotta poiché riteneva che   stadio e  Politecnico fossero due parti di un discorso unitario. Il manufatto di Carlo Cocchia viene modificato nel 1989[4] in base ai nuovi standard qualitativi imposti dalla vigente normativa italiana e dalla FIFA. Viene quindi realizzato un corsello anulare sopraelevato (+mt.4,70) della larghezza di circa 14 mt. e della lunghezza di 800 mt. che, solo in corrispondenza del settore tribuna, viene compreso in un volume a due livelli di circa 5.000 mq totali. E’ questo l’intervento più vistoso che modifica la prospettiva della piazza dai principali punti di vista primo fra tutti quello dal Viale Augusto.  La recinzione esterna viene realizzata in relazione ai parcheggi sul Piazzale Tecchio e nel settore distinti si inserisce in un sistema di murature e solai; mentre il nuovo sistema degli ingressi si snoda in 33 gruppi di varchi. Il sistema delle uscite nelle intenzioni progettuali è p pensato con la stessa filosofia del sistema degli ingressi, valutando che il Piazzale funge da polo di attrazione per il pubblico che raggiunge le infrastrutture pubbliche di trasporto ivi concentrate.

Ma in realtà, il progetto che più di tutti ha modificato la piazza, creando intorno a se nuovi strade di percorrenza urbana, è la “Piazza Tecnologica” di Pica Ciamarra Associati[5] realizzata nel 1990. La nuova piazza  si avvale di uno spazio pedonale di oltre cinque ettari al di sopra di uno scambiatore fra vari tipi di traffico, caratterizzata dal verde e disegnata da uno spazio triangolare pavimentato in legno, porta ai vertici di questo triangolo tre torri alte circa 40 metri , elevate anche in ricordo delle “macchine da festa” della tradizione settecentesca napoletana.

La Torre del Tempo e dei Fluidi in legno lamellare, disegna una meridiana sul pavimento della piazza; l’elica a passo variabile riecheggia la struttura del DNA. La torre contiene macchine sonore ed una vela rigida azionate dal vento, in grado di emettere suoni e che fa da schermo per i raggi laser emessi dalla Torre della Memoria. Quest’ultima, tutta in pietra e ferro, è un grande periscopio che rimanda sui monitor della base, le immagini del mare e della città storica. All’interno della torre, si trova una telecamera che dovrà esplorarne l’interno allorquando verranno installate le sculture previste. Infine la Torre dell’Informazione in alluminio, la sua funzione è quella ripercorrere l’evoluzione dei sistemi informativi; infatti, a 20 metri dal suolo , un grande schermo è collegato tramite fibre ottiche alla sede RAI. L’impianto è completato da un tamburo con scritte luminose rotanti e, alla base, un sistema informativo “Touch screen”. In alto, cellule fotovoltaiche comandano la fontana che si sviluppa accanto alla Torre. A sud dello spazio triangolare si sviluppa il giardino olfattivo e in direzione nord, una zona per soste che va ad incontrare quella proveniente dalla Torre dell’informazione, la zona a nord  si conclude con porticato pedonale che anticipa lo stadio e che contiene il parcheggio interrato.

 

(napoliontheroad – 19 novembre 2011)



[1]Privilegiata sia dalla linea ferrata Napoli – Roma che si attesta  a Piazzale Tecchio con l’edificio della Stazione dei Campi Flegrei, valido esempio di architettura del primo Novecento, sia dalla linea tranviaria gestita dalla Società Laziale che, peraltro crea il collegamento tra Fuorigrotta ed il centro grazie alla galleria omonima.

[2] Il vecchio edificio secondo il parere del Prof. Guido Guerra, poteva essere ristrutturato e non distrutto, utilizzando le sfinestrature verticali che consentivano l’illuminazione naturale sui due livelli e di un possibile terzo intermedio. In tal modo, sottolinea Guerra, lo spazio sarebbe stato aumentato senza intaccare la struttura originaria.

[3]da GB Progetti – Le nuove aree di ricerca del CNR – N° 11-12 Marzo/Giugno 1992 – pagg. 160-161

[4]Quaderni di Studio e Documentazione – “Fuorigrotta il quartiere dei mondiali” a cura del Comune di Napoli, Servizio statistica e programmazione economica – Napoli, 1990

[5]da “Napoli Piazza Tecnologica” di Clara Wick – in L’Arca Plus n°8 “L’Effimero” monografie – l’Arca Edizioni – anno III – 1996 – pagg.72-77

 

 

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