1 – Fà palla corta

di Claudio Pennino

 

 

Migliaia sono i modi di dire della lingua napoletana che sono stati coniati nel corso dei secoli, ed altri ancora se ne inventano ogni giorno proprio a dimostrazione che la lingua napoletana è ancora viva e gode di ottima salute. Naturalmente parliamo di frasi idiomatiche, espressioni, locuzioni e forme proverbiali che danno quel colore e quel sapore che sono unici della nostra parlata. Non sono da considerare modi di dire i cosiddetti proverbi, cioè quei detti popolari, che fissano una regola di vita, una credenza, un avvertimento, un dato dell’esperienza. O quelle frasi sentenziose che enunciano una verità o una norma morale.

Per comprendere il valore dei modi di dire, è necessario interpretarli nel contesto in cui essi vengono proposti, poiché il significato contestuale varia secondo la circostanza in cui viene a trovarsi.

Il loro elemento fondamentale, oltre alla struttura stringata, basata su pochissimi elementi che riassumono in modo conciso e sintetico un intero discorso, è il linguaggio figurato: linguaggio in cui le parole perdono il loro valore primitivo e proprio per assumerne un altro più efficace. Bisogna dire che il linguaggio figurato è più istintivo e spontaneo e diffuso di quello che è il linguaggio proprio e trova ampio sviluppo nel parlar vivo del popolo sempre molto colorato di efficaci traslati. Per cui gli ambiti, dove nascono i modi di dire sono numerosi e dei più svariati.

Iniziamo con quelli che sono stati ricavati dal gioco delle bocce.

Questo gioco ha una tradizione antichissima: in Turchia sono state ritrovate alcune sfere in pietra, antenate delle attuali bocce, che risalgono circa al 7000 a.C.; come in Egitto sono stati trovati degli oggetti simili in una tomba risalenti al II millennio a.C..  

fà palla corta, significa non riuscire nell’intento; fallire l’obiettivo e lo si dice a chi tenta, minacciosamente, un’ardua impresa. Il riferimento è ai giocatori di bocce che effettuando un tiro corto non riuscendo nell’intento di accostarsi al boccino.

Quello di avvicinarsi il più possibile al boccino è lo scopo principale del gioco e l’ossessione del giocatore. Perciò tené ’o pallino pe na cosa, vuol dire avere un’idea fissa, una piccola mania. E questa è un’espressione tipica dei giocatori che si dannano nel tentativo di accostare il più possibile la boccia al pallino.

Naturalmente questo tentativo, questo lancio, va effettuato dai giocatori senza oltrepassare ’o singo, ossia, il limite stabilito: tené ’o pede dint’ ’o singo, quindi, nel linguaggio figurato significa non superare il segno, stare nei limiti, mantenere la giusta misura; stare al proprio posto.

Quando invece la palla si accosta giusto al pallino appoggiandosi sopra, allora si realizza il “punto accostato” che in napoletano corrisponde all’espressione: fà ’o seie azzicco, cioè, realizzare un vero colpo da maestro, riuscire ottimamente in un’impresa; essere, in una competizione, pressoché irraggiungibile da un avversario.  

Per comprendere la diffusione del gioco delle bocce nella nostra regione, basta considerare da un punto di vista diverso da quello tradizionale, l’episodio del miracolo della Madonna dell’Arco. Correva l’anno 1450, era il lunedì di Pasqua, e in una contrada nei pressi di S. Anastasia due giocatori si contendevano la vittoria in un’accesa partita a bocce in un campo sterrato presso l’edicola su cui era dipinta l’Immagine della Madonna. Dopo aver fallito alcune giocate, uno dei giocatori, in preda all’ira, scagliò la palla contro l’Immagine, volendo quasi attribuire alla Madonna la colpa della sua incapacità. Ed a questo punto avvenne il miracolo: dalla guancia della Vergine, proprio nel punto in cui venne colpita dalla boccia, sgorgò un rivolo di sangue.

1 novembre 2012

 

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