9 Nun sapé tené tre cicere mmocca

 

di Claudio Pennino

   

Simboli della purezza in quanto primordiale cibo dell’uomo, lenticchie, fagioli, ceci, fave e piselli sono alimenti d’antichissimo utilizzo, ed erano consumati in gran quantità da greci, etruschi e romani.

Nel Medioevo e nel Rinascimento diventarono cibo tipicamente contadino, assenti dalla mensa dei signori, grandi consumatori di carne d’ogni specie. Proprio in contrapposizione alla mentalità dei potenti, ai legumi si attribuiva un valore mistico, simbolo dell’alimentazione monastica, in quanto rappresentazione della continenza dalla lussuria e la mortificazione del corpo.

Per lo scarso valore che si attribuiva al cece i napoletani, per indicare qualcosa di scarsa qualità o qualcuno di limitata bravura o, peggio, di nessun talento, dicono: nun valé tre cicere, ovvero, non valere niente.

Fu solo con la Rivoluzione Francese che questi cibi, per la sovvertita graduatoria delle classi sociali, salirono alla ribalta della gastronomia.  

Galeno,  medico dell’antica Grecia, vissuto nel 130 d.C. circa, i cui precetti hanno dominato la medicina europea per più di mille anni, nel trattato Sulla povertà dei cibi, dice che i ceci sono flatulenti tanto quanto le fave, e stimolano il desiderio sessuale.

Legume antichissimo, i ceci venivano consumati abbrustoliti, come gustoso passatempo, nei teatri e nelle agorà. O sgranocchiati nei banchetti per stimolare la sete del vino. I più saporiti erano quelli che crescevano vicino al mare, come canta l’aristocratica poetessa Saffo: Dorati ceci crescono sulle rive bianche del mare.  

Ad evidenziare la difficoltà che si incontra a tritare i ceci secchi con i denti, i napoletani hanno coniato la frase: avé cicere e po’ fave secche, che vuol dire essere castigato per un errore commesso, o meglio ancora, essere trattato male, in maniera brusca.

La fatica a sgranocchiare i ceci abbrustoliti non consente di mangiarne più di uno alla volta... al massimo due. Infatti, più ceci, rosicchiati contemporaneamente, potrebbero sfuggire dalla bocca, perciò, la frase nun sapé tené tre cicere mmocca, equivale a non saper mantenere un segreto o una confidenza. Come se non si fosse capaci di tenere la bocca chiusa, sia pure per conservare tre ceci.  

I ceci secchi, prima di essere cucinati, hanno bisogno di essere messi in ammollo, spesso, il giorno precedente alla cottura. Durante tale operazione, in virtù dell’utilizzo di abbondante acqua, i ceci si reidratano raddoppiando il loro volume. Questo processo li rende morbidi se non addirittura molli.

L’immagine di questa mollezza, del legume che si sfalda e si disunisce, ci riporta all’espressione fà nu sacco ’e ciceremmuolle, che si usa nei confronti di chi si comporta in modo eccessivamente cerimonioso, che assume un atteggiamento sdolcinato e affettato, che compie mosse svenevoli. La voce è       l’incrocio di cicere e dell’aggettivo muollo, ed indica, metaforicamente, mollezze, vezzi sgradevoli e inopportuni.

Proprio questa difficoltà di cottura dà origine all’altro modo di dire: so’ cicere, si se coceno. Questa espressione, usata quando si nutrono molti dubbi sugli esiti di un’impresa, evidenzia appunto l’incertezza e la difficoltà di un’azione, affidandosi, nello stesso tempo, alla speranza che un affare vada a buon fine o che una determinata circostanza si evolva nel migliore dei modi.  

Altro modo di dire legato a questo saporito legume è fà ’o cicere ncopp’ ’o cucchiaro, che vuol dire darsi delle arie, assumere un atteggiamento di superiorità, montare in cattedra. Questo perché il cece, resistente alla cottura, ogni qual volta si va a rimestare la pentola, compare, tronfiamente, sulla punta della cucchiarella, quasi a compiacersi esageratamente di se stesso.  

Ma mai esagerare, perché si può andare di male in peggio: scartà cicere e piglià fasule. Questa esperessione è l’equivalente del già citato modo di dire scartà friscio e piglià premmera, corrispondente, a sua volta, dell’italiano cadere dalla padella nella brace. È ciò avviene quando si fa una scelta sbagliata, eliminando qualcosa di buono, in questo caso i ceci, per qualcosa di peggio: i fagioli.

Ma dei fagioli, delle lenticchie e dei piselli, ne parleremo la prossima volta.

 

 

22 febbraio 2013

                                                                                                                                 continua

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