8 Avé magnato chichierchie

 

   

Parente stretta della fava, è la cicerchia, in napoletano: chichierchia. Nota agli appassionati della canzone napoletana per essere l’appellativo che il poeta Aniello Califano diede ad una inarrendevole e attempata signora protagonista di una sua canzonetta musicata da Salvatore Gambardella nel 1903:

 

Madama Chichierchia ’a ccá,
Madama Chichierchia ’a llá.
Diente ’mmocca nun tene cchiù
e vò ancora ’o zùchetezù.

 

La cicerchia è un legume ormai dimenticato, coltivato solamente in alcune zone dell’Italia centrale in quantità ridotta, capace di produrre semi anche in condizioni ambientali difficili, nelle quali nessuna altra pianta commestibile sopravvive né tanto meno, fiorisce. Anticamente era diffusa in tutta l’area mediterranea, Italia peninsulare compresa, e compariva anche sulle tavole dei signori.  

Col tempo, però, ci si accorse che mangiare cicerchie in forti quantità, o per periodi prolungati, poteva provocare un’intossicazione con disturbi nervosi, che se non curati potevano causare addirittura la paralisi spastica degli arti inferiori con l’impossibilità di deambulare.

Da queste sue “pericolose qualità”, scaturisce la locuzione: avé magnato chichierchie, che significa, appunto, avere le traveggole, vedere una cosa per un’altra, farneticare, vaneggiare.  

Il nesso causale fra il consumo del legume ed i disturbi venne teoriazzato, alla fine dell’Ottocento, da alcuni medici napoletani i quali, per sottolineare questo rapporto, coniarono il termine latirismo, derivante da lathyrus, che è il nome latino della cicerchia. I casi osservati non riguardavano residenti in Napoli, ma soprattutto contadini abruzzesi, giacché questo legume, fino alla metà del novecento, per la sua facile reperibilità, è stato tra i cibi abituali dei campagnoli e degli agricoltori.  

Infatti, per dire che oggi non c’è più la miseria dei tempi andati, si dice: chichierchie e farro mo nun se ne vedeno cchiù, poiché entrambi questi alimenti erano molto usati, nel passato, per le minestre.

La progressiva scomparsa di questo legume ha dato origine all’altra espressione: è pasta e chichierchia, variante meno oscena di so’ coppole ’e ca..., che nel linguaggio figurato è lo stesso che dire niente.  

Invece, mettere chichierchie a vollere, vuol dire istigare, indurre a compiere azioni negative, fomentare discordie. E questo perché le cicerchie, come le fave, nell’acqua bollente si gonfiano. Il linguaggio figurato, infatti, vuole proprio rappresentare l’immagine di colui che istigando qualcuno gli crescere la cattiveria nell’animo.

 

continua

 

8 febbraio 2013

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