7 Pe na magnata ’e fave

di Claudio Pennino  

La fava, oltre alla sua accezione negativa,  ha anche un’interpretazione benefica e positiva che ne fa un simbolo di vita. Nell’acqua essa si gonfia evocando l’embrione e quindi la gravidanza. Secondo una credenza popolare, se si trova un baccello contenente sette semi si avrà un periodo di grande fortuna: ’e ffave so’ cchiene, è un modo di dire popolare per significare che i tempi sono maturi per agire, che è giunto il momento opportuno. Gli antichi, invece, per la loro forma, paragonavano la fava ai testicoli: ’e ffave so’ ccotte, si dice infatti all’indirizzo di una persona che invecchiando ha perduto il vigore sessuale.

 

Il letterato e umanista Bartolomeo Sacchi, detto “Platina”, nel “De honesta voluptate et valetudine”, manuale del come affrontare serenamente, saggiamente e igienicamente la vita, edito nel 1474, scriveva: “…le fave gonfiano il ventre e stimolano la lussuria, cosicché non a caso i Greci dicevano che esse assomigliano a testicoli”.

 

Alimento popolare, le fave hanno acquisito un ruolo da protagonista nei tempi antichi come cibo dei poveri per eccellenza, considerato il loro scarso costo e la semplice reperibilità: na scorza ’e fava è detta una cosa di nessun valore. E, pe na magnata ’e fave, si dice di cosa acquistata ad un prezzo bassissimo.

 

Come detto, nell’acqua le fave si gonfiano e si ammorbidiscono per cui essere nu mmoccafave, vuol dire essere un credulone, un ingenuo che presta fede a tutto con eccessiva facilità. Mentre le fave nuove, essiccate al sole e poi infornate, sono croccanti e scricchiolano sotto i denti: caratteristica indispensabile per denotare la freschezza e la bontà del legume. La voce del venditore ambulante che reclamizzava la fava cotta era, per l’appunto, róseca, fave nove!

Da questa croccante particolarità, da questo ripetuto sgranocchiare scaturisce la locuzione: rusecà fave nove, che sta ad indicare il borbottare prolungato. Espressione usata nei confronti di chi si lamenta sotto voce, o brontola tra sé e sé.

 

Domenico Jaccarino, poeta popolare vissuto a Napoli a metà dell’800, nella sua “Galleria di costumi napolitani verseggiati per musica” edito nel 1876, così descrisse il venditore di fave cotte:

 

Fave nove! fave cotte!

A no rano ne do ciento,

Me sentìte ogne momento

Si da ccà stongo a ppassà!

La controra vaco attuorno

Co lo sacco e quartarola,

Ve rompite vuje na mola

Si le state a rrosecà!

                Fave nove! fave cotte!

                A no rà la quartarola!

 

Ncoppa ccà se veve buono,

E nce azzecca lo Gragnano,

Pigliatenne mò no rano

Ca se fanno rosecà!

Già poch’autre e ssò fenute,

E lo sacco è sbacantato,

E si p’ogge aggio magnato,

Pe dimane sto a penzà!...

                Fave nove! fave cotte!

                A no rà la quartarola!

 

Cheste songo le cchiù grosse,

E le cchiù rrosecarelle,

Fanno a pponia le Nennelle

Pe le stare ad accattà!

Vì che cosa saporita!

Vì che robba prellibbata!...

Gué, fattenne na mappata

Pe li stare a spezzolià!

                Fave nove! fave cotte!

                A no rà la quartarola!

 

Cheste ccà spase a lo Sole

Songo state, e ppò nfurnate,

Và, na vranca n’accattate,

E po’ state a pazzià!

Nc’è na Nenna che mme chiamma

Pe spassarese no poco,

M’à allummato ccà no fuoco

Che non pozzo mo contà!

                Fave nove! fave cotte!

                A no rà la quartarola!

 

Per chi non lo sapesse, la quartarola è la quarta parte di un “tomolo”, misura di capacità per gli aridi tipica dell’Italia meridionale che, a Napoli, equivaleva a 55,5 litri. Sinonimo di “gran quantità”, il “tomolo” in napoletano si traduce con tùmmulo, da cui le espressioni del tipo: piglià nu tummolo ’e mazzate, per indicare una solenne bastonatura.

 

Invece, all’indirizzo di chi vuol essere favorito senza profondere nessun impegno, si dice: vulé ’e ffave cotte e bbone. Queste, essiccate per essere conservate per l’inverno, diventano dure come il legno, e solo dopo una lunga bollitura in acqua possono essere mangiate. Degna variante di questa locuzione è la più nota espressione: vulé ’o cocco ammunnato e bbuono. Cioè, volere i vantaggi senza spendere alcuna fatica. La frase deve intendersi: volere l’uovo sodo già sgusciato.

 

 

                                                                                                                      continua

 

 

25 gennaio 2013

 

 

 

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