6 – ’A nave cammina e ’a fava se coce

di Claudio Pennino

 

 

 

La fava è un legume a baccello contenente semi commestibili, di colore verde e della forma di un grosso fagiolo appiattito. La sua storia è un intreccio di riti e pregiudizi. Gli antichi sostenevano che la fava fosse stata il primo legume di cui si fossero cibati gli uomini e, secondo gli scrittori latini, era tenuta in una specie di venerazione, tant’è che una delle famiglie più importanti della storia di Roma, cioè i Fabi, prese il nome proprio dalla fava.  

Gli Egiziani si astenevano dal mangiarne, perciò non le seminavano, né le toccavano con le mani; e i sacerdoti più superstiziosi non osavano neppure guardarle, considerandole come immonde.  

Pitagora, filosofo che credeva nella reincarnazione dell’anima, ammaestrato dagli egizi, proibiva ai propri discepoli di mangiare le fave, ritenute la porta dell’Ade, in quanto la macchia nera dei loro fiori bianchi rappresentava la lettera “Theta”, iniziale della parola greca Thanatos (morte).  E si racconta che inseguito dai suoi assassini preferì lasciarsi uccidere piuttosto che salvarsi attraverso un campo di fave.  

Il sociologo e antropologo francese Émile Durkheim, scrisse: « Tutto ciò che apparteneva alle divinità o agli spiriti dei defunti era interdetto agli uomini ». Tra i pitagorici, e nella tradizione popolare, le fave erano dunque o un cibo sacro agli dei o un cibo caro ai morti, due motivi più che validi per renderle oggetto di tabù.  

Platone asseriva che ai pitagorici veniva proibito di consumare questi legumi perché provocavano un forte gonfiore (causato dalla rapida fermentazione nella digestione) ed irritavano eccessivamente lo spirito. Ciò intorpidiva i sensi e provocava sogni agitati, impedendo all’anima il possesso della quiete necessaria per ricercare la verità.  

In Grecia, le fave venivano usate in politica nelle votazioni per le elezioni delle magistrature. A Firenze, al tempo dei comuni, si chiamavano « fave » le pallottoline degli scutini. La fava nera indicava voto contrario, quella bianca voto favorevole. Da qui, menà ’a fava a uno, vuol dire lanciare una maledizione all’indirizzo di qualcuno, scagliare un anatema. Come avé na sentenza dint’ ’e ffave, significa prenderla nel didietro; subire un danno.  

Nel Medioevo, i condannati scontavano la loro pena spingendo remi sulle galee (o galere), veloci e leggere navi da guerra, da cui deriva il termine galeotto. A costoro veniva servita, quasi quotidianamente, una minestra di fave tanto che, paradossalmente, li si poteva riconosce per la loro faccia di “fava”. Tené ’a faccia ’e trent’anne ’e fave, nel linguaggio figurato vuol dire avere il volto di un delinquente, di un furfante, di un avanzo di galera.  

Da questa consuetudine marinaresca deriva la più nota espressione: ’a nave cammina e ’a fava se coce, che sta appunto a significare che tutto procede nel migliore dei modi. Estrinsecazione di una buona navigazione, nel mentre le fave, consueto cibo di bordo, cuociono lentamente e senza eccessivo impegno.  

 

                                                                       continua

 

12 gennaio 2013

 

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