51 - ’On Titta e ’o cane

di Claudio Pennino

 

 

Nonostante le virtù e le buone qualità del cane, i superstiziosi attribuiscono all’animale poteri negativi e quindi, con una connotazione spregiativa, il suo nome è riportato in molte offese, insulti ed espressioni di disprezzo. Lo stesso Voltaire, più che meravigliato, si chiedeva, nel Dizionario Filosofico, perché il vocabolo cane sia divenuto ingiuria presso i popoli civili.

 

Nella nostra parlata si incontrano espressioni come cane e cane s’addorano areto, che si dice, in tono spregiativo, all’indirizzo di quelle persone che sono simili per indole e per carattere. Quando invece si vuole indicare un insieme indistinto di persone di basso rango, si pronuncia il noto modo di dire: cane e puorce. Chillu cane ’a chella terra vene, invece, si dice riferendosi a una persona che non riesce a mascherare le proprie origini plebee. E quando si è in preda all’ira o si va in escandescenze, si dice essere arraggiato comm’a nu cane, mentre essere n’accidacane, vuol dire essere un pessimo medico, un dottore con scarse capacità, e questo perché una volta i cani randagi venivano catturati dall’accalappiacani, il quale, se nessuno li reclamava, provvedeva anche a sopprimerli. Per concludere, fà na cosa a cazzo ’e cane, si dice riferendosi a una cosa eseguita senza criterio, fatta a vanvera, senza prestare cura e attenzione.

 

Questo perché il cane presenta una simbologia contraddittoria. Infatti è considerato anche un animale impuro e spregevole perché apparentato al lupo e allo sciacallo. E l’ululare del cane presso una casa  è considerato presagio di morte.

Nell’antica Grecia, Ecate, dea dell’oscurità, era accompagnata da cani da battaglia. E i cani neri erano considerati anche accompagnatori demoniaci di streghe o maghi.

I napoletani, quando qualcosa non riesce, o sembra andare storto per l’azione esercitata da un particolare influsso malefico, usano dire nce ha pisciato ’o cane niro, e riferendosi ad una persona di cui non ci si può fidare, e che è sulla buona strada per diventare un delinquente, dicono si nun è lupo, sarrà cane niro.

 

Il cane è anche il simbolo dell’avidità, della ghiottoneria e della fame. Questo suo aspetto è giustificato nei detti magnà comm’a nu cane, che significa mangiare avidamente, e sperì comm’ a nu cane, che si dice riferendosi a una persona che mostra o prova un gran desiderio, un’intensa voglia di ciò che non ha.

 

Il cane, oltre alla già detta fedeltà, è anche il compagno dell’uomo, con cui condivide la condizione e con il quale instaura una relazione sentimentale. Egli possiede anche delle qualità mediche e, infatti, nella mitologia greca Esculapio e Ermes erano accompagnati da cani, come più tardi i santi Uberto, Eustachio e Rocco.

Forse poco noto, ma molto esplicativo per quanto abbiamo detto, è il modo di dire Santu Rocco e ’o cane, che si dice per indicare due persone inseparabili, di solito una più autorevole e l’altra che lo segue. San Rocco fu un pellegrino e taumaturgo francese invocato nel medioevo per debellare la peste; è raffigurato con a fianco un cane nell’atto di leccargli le piaghe della peste ma il più delle volte è accucciato ai suoi piedi e reca in bocca il tozzo di pane con cui quotidianamente nutriva il santo durante la malattia. Locuzione analoga ma forse più conosciuta è ’on Titta e ’o cane. Dove Titta è l’ipocoristico di Giambattista.

 

continua

 

27 giugno 2015

 

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