38 - Sciacquarse na mola

 

 

di Claudio Pennino

 

 

I denti rappresentano sia il vigore fisico sia la forza spirituale. Essi sono associati alla vita, tanto che perderli, nella realtà o in sogno, è di cattivo augurio e sono annuncio di luttuosi presagi. Sulla base di un rapporto di contiguità e simpatia, il dente rappresenta l’uomo stesso in quanto la parte (il dente) vale per il tutto (la persona).  

I molari, che in particolare ci interessano in questa trattazione, servono alla masticazione lenta e coscienziosa, e rappresentano la perseveranza e la solidità. Sono situati nella parte posteriore delle mascelle e delle mandibole, e si ritiene che le persone con molari forti siano tenaci e ostinate.

Da tali considerazioni derivano i modi di dire sciacquarse na mola, che significa sostenere un impegno difficile e tirarse na mola, che si usa quando si deve affrontare una forte spesa.  

Nell’uomo, il molare più arretrato, che compare molto più tardi degli altri, è comunemente chiamato dente della saggezza o del giudizio. La sua manifestazione è lenta e impercettibile, ed avviene di solito in età adulta, quando si ha ormai coscienza delle cose e senso di responsabilità. Essi sono l’espressione della ragione e della conoscenza, per cui moverse comm’ ’a mola d’ ’o sinno, vuol dire muoversi in modo cauto, lentamente, con prudenza e assennatezza.  

Perdere i denti significa perdere la forza aggressiva, il vigore fisico e, quindi, la gioventù. Protettrice dei denti, e patrona dei dentisti, è Santa Apollonia. Vissuta nel III secolo, molto avanti negli anni e ancora vergine, era celebre per la sua pietà verso i cristiani che accoglieva e proteggeva. Ma, durante una sommossa popolare contro questi ultimi, queste sue virtù non le bastarono a sfuggire al martirio. Catturata dai suoi persecutori, le furono strappati i denti con le tenaglie e bruciata sul rogo. Nell’arte cristiana è, infatti, raffigurata con un paio di pinze mentre tiene un dente.  

Quando invece un bambino perde un dentino, lo si esorta a nasconderlo in un buco in un muro, nell’attesa che un topolino arrivi per sostituire il dentino caduto con una moneta. Anticamente al topolino si chiedeva un suo dente in cambio di quello caduto, poiché è risaputo che i roditori hanno denti forti.  

Le espressioni averla dint’ ’e mmole, e nturzà ’e mmole a uno, manifestano entrambe un risentimento, un dolore: morale l’uno, fisico l’altro. Il primo significa addolorarsi, indispettirsi; mentre il secondo vuol dire colpire violentemente una persona al volto provocandogli il rigonfiamento della mascella.  

Il dente è uno strumento di presa, di possesso, che tende all’assimilazione: la mola che macina per dare alimento al desiderio. Determinante è la voglia di mordere durante l’atto sessuale, quasi si volesse “divorare l’altro per amore”. Anche se certe volte ’o cielo manna ’e viscuotte a chi nun tene ’e diente.  

Per concludere, citiamo: essere na mola fraceta, espressione che si dice all’indirizzo di una persona che non ha voglia di lavorare o che non fa più dello stretto necessario. In altre parole, uno scansafatiche, un fannullone, nu fracetone.

 

31 maggio 2014

 

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