36 – Manco pe polece dint’ ’a cammisa  

di Claudio Pennino

 

 

La camicia, intesa come capo d’abbigliamento, ma dalla foggia diversa da come siamo abituati a vederla oggi, ha origini molto antiche. Una veste leggera, di lino o in cotone naturale da portare sotto la tunica, era nota fin dai tempi della tarda romanità (III secolo d.C.) e aveva come caratteristica il fatto di essere molto lunga e soprattutto nascosta.

Non aveva la chiusura davanti con i bottini, i quali comparvero solo nel XIX secolo, ma era formata da un pezzo unico e per indossarla bisognava infilarci la testa.

Nel 1500 veniva indossata durante il bagno comune tra un uomo e una donna. Ma quando, seguendo la moda spagnola che andava affermandosi in tutta Europa, si arricchì della gorgiera, lavorata a nido d’ape o a ruota di mulino, divenne simbolo di opulenza e di potere. Alla fine del Seicento, invece, ornata di pizzi, divenne uno status simbol che divideva l’aristocrazia dalla plebe.  

Con la Rivoluzione francese l’attenzione culturale si spostò dalla corte alla piazza e dall’abito per pochi all’abito del popolo. Fu così che sulle barricate i Sanculotti, sotto il gilet rigato, indossarono una camicia in cotone grezzo.  

Fino al 1900 la camicia fu rigorosamente staccata dai polsini e dal colletto. Il collo della camicia vera e propria era corto e verticale (pistagna), ornato di trine e fermato da una spilla gioiello.  

Con l’avvento del costume borghese del 1800, il colletto divenne rigido, alto e inamidato. E rigorosamente bianco e racchiuso in una cravatta dal nodo impeccabile come imponeva la moda dettata da Lord Brummell che riteneva la pulizia personale una distinzione del vero dandy, termine inteso come sinonimo di realizzazione estetica della vita elegante.  

Ed a proposito di pulizia personale, dire manco pe polece dint’ ’a cammisa, vuol dire che ci si trova difronte a qualcosa che non si desidera assolutamente. E questo in considerazione del fastidio che arreca questo fastidioso insetto nel mordicchiare la pelle del malcapitato.  

Ma Lord Brummell non fu l’unico simbolo di raffinatezza del suo secolo, altri letterati dell’epoca contribuirono a determinare il mito dell’eleganza quali esponenti di un mondo che dedicava cura all’abbigliamento ed al modo di apparire: Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Marcel Proust ed altri.  

Naturalmente le camicie venivano confezionate su misura, e quando alla prima prova non “calzavano a pennello” ovvero non a regola d’arte, il sarto preferiva ricucirle ex novo piuttosto che aggiustarle. Infatti, ’a cammisa ca nun vo stà cu ttico, pigliala e stracciala, è la tipica espressione che vuol significare che è meglio rinunciare definitivamente alla compagnia di amicizie false ed ipocrite.  

In quanto primo capo d’abbigliamento, indossato direttamente sulla pelle, iucarse pure ’a cammisa, significa, ancora oggi, rischiare il tutto per tutto al gioco. E perdere pure ’a cammisa, equivale a perdere tutto. Ma ascì d’ ’a cammisa, vuol dire trasecolare, rimanere stupefatto, essere fuori di sé per la meraviglia. Ma anche strabiliare nell’ascoltare o assistere a qualcosa di inverosimile, di incredibile.

 

 

26 aprile 2014                                                                                                                           continua

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