32 - 'A cera se struie e 'a prucessione nun cammina

 

di Claudio Pennino

La processione, intesa come cerimonia religiosa a scopo di preghiera, supplica, ringraziamento o penitenza, nella quale un corteo ordinato di sacerdoti e di fedeli procede in fila dietro la croce, la statua di un santo, le reliquie o altro simbolo sacro, per le strade, pregando e salmodiando, fu importata a Napoli dagli spagnoli nel XVI secolo, come attestano le descrizioni fatte dagli scrittori napoletani del Cinquecento e del Seicento.  

Il termine, di origine tardo latina, processio-onis, significa procedere, avanzare. Quindi muoversi progredendo, andare avanti, conquistare terreno. Ecco perché, in senso traslato, quando si indugia troppo nel prendere una decisione o quando si perde tempo senza profitto, si dice ’a cera se struie e ’a prucessione nun cammina. Nel senso che si stanno sprecando energie inutilmente, come vanamente bruciano i ceri e le candele votive nelle processioni che non procedono.  

Ma, come si è detto, una processione avanza, solitamente, con ordine e criterio, dove ognuno segue un preciso percorso senza invadere o intralciare il cammino degli altri fedeli. Si procede in fila, allineati, lentamente, uno accanto all’altro. Ma, anticamente, le processioni dedicate a Sant’Antonio Abate, il santo eremita egiziano fondatore del monachesimo cristiano e primo degli abati, per la presenza dei maiali e di altri animali che procedevano insieme alle persone, erano molto disordinate. Il ricordo di questo confuso andare ci fa dire, alla vista di un corteo che procede disordinatamente, me pare ’a prucessione ’e Sant’Antuono.  

La figura di Sant’Antonio Abate assunse caratteri fortemente popolari ed egli fu considerato protettore contro i contagi e l’herpes zoster  (detto dal volgo «fuoco di Sant’Antonio»).

Il fuoco, il bastone e l’animale, infatti, divennero presto i principali simboli devozionali legati al culto del Santo e sono ancora oggi presenti nella tradizione religiosa popolare. I falò di Sant’Antuono, che si accendono a Napoli la sera del 17 gennaio, sono una pratica caratteristica ed affascinante della tradizionale vita comunitaria.

Essa si riconduce alla protezione offerta da Antonio verso tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco, o ne sono afflitti, ma l’uso cerimoniale del falò è anche carico di significati universali, ben noti alle comunità agricole arcaiche.

Non a caso è proprio nel cuore dell’inverno che si celebra la festività popolare di S. Antonio Abate: accendere un fuoco votivo nelle fredde notti invernali equivale alla “rottura delle tenebre” per generare uno spazio di condivisione e di socialità.

Come ancora viva è la tradizione di portare gli animali dell’aia a ricevere la benedizione ecclesiastica. Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la sua tutela. La sua persona è così profondamente legata alla protezione degli animali domestici da essere solitamente raffigurata con accanto un maiale.

A Napoli il rito si compie ancora oggi presso l’antica chiesa dedicata appunto al Santo, posta all’inizio del borgo omonimo. Il complesso, verso la fine del Trecento, era costituito dalla chiesa, dall’ospedale e dal convento, ed era tenuto dai monaci ospedalieri antoniani i quali preparavano la sacra tintura che veniva usata per curare l’herpes zoster. Tra i napoletani si diffuse così l’abitudine di allevare maialini per donarli al monastero.

 

 

prima parte - continua

 

15 febbraio 2014

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