31 - Cchiù fetente ’e na recchia ’e cunfessore

 

di Claudio Pennino

 

 

 

L’orecchio, in quanto organo passivo dell’udito, rappresenta, in questo senso, la vulnerabilità assoluta: non si possono chiudere le proprie orecchie come si chiudono gli occhi. Perciò non basta ascoltare, e dunque non basta che le parole arrivino alle orecchie, bisogna anche intendere, cioè capire. Essere tutt’uocchie e tutte recchie, vuol dire prestare la massima attenzione, essere vigili, ascoltare e vedere quanto più è possibile. È significativa, del resto, la formula con cui Gesù concludeva le sue parabole: “Chi ha orecchie per intendere intenda”.

 

Queste parole, il cui significato è da interpretare in un senso diverso da quello letterale, si collegano al proverbio popolare: “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, che in napoletano corrisponde alle espressioni a na recchia te trase e ’a n’ata te iesce, riferita a chi non presta ascolto o ignora volutamente ciò che gli viene detto, disattendendo una raccomandazione, e fà recchie ’e campane, (di cui abbiamo già parlato) o fà recchie ’e mercante, cioè, fingere di non sentire o di non capire, come certi mercanti che ascoltano solo quello che gli fa comodo invocando, a loro discolpa, la confusione del mercato.

 

Ma l’invito che si rivolge a chi si finge sordo o fa finta di non capire per sottrarsi a un proprio dovere è quello di andare a spilarse ’e rrecchie a San Pascale. Si narra che presso la chiesa di Santa Lucia al Monte al corso Vittorio Emanuele si venera, ancora oggi, il culto di San Pasquale; là, tra le varie opere di carità che praticavano un tempo i monaci pasqualini, vi era quella di spilare, sturare, le orecchie a chi le aveva occluse dal cerume, mediante la siringatura di un loro liquido speciale.

 

Nel repertorio delle rappresentazioni fantastico-simboliche, dunque, l’orecchio è presente più di quanto si creda. Ai giorni nostri, la superstizione popolare immagina che il fischio che a volte si avverte alle orecchie, quel particolare ronzio che i pitagorici interpretavano come segno di ispirazione divina, e che fa dire a chi lo sente di sentirse siscà ’e rrecchie, sia l’indizio di un chiacchierare alle sue spalle: se a fischiare è l’orecchio destro, i discorsi sono buoni; se è il sinistro, sono cattivi o negativi.

 

La credenza popolare, inoltre, attribuisce alle persone con le orecchie grandi delle qualità superiori. Nell’iconografia simbolica chi ha le orecchie più sviluppate in alto e appuntite, come i cani quando sono attenti e vigili, è portato ad utilizzare di sé il potenziale più materiale e fisico:  appizzà ’e rrecchie. E allora quando si vuole ridimensionare qualcuno a dovere, sopraffarlo, piegando con la forza la sua resistenza se dà ncopp’ ’e rrecchie.  Per cui, chi depone la spavalderia acala ’e rrecchie, come il cane bastonato che si rintana con le orecchie abbassate e c’ ’a coda mmiez’ ê ccosce.

 

Invece, mettere nu polece ’int’ ’a recchia a uno, vuol dire istillare un sospetto, un dubbio, come quando nell’orecchio di qualcuno si intrufoli una pulce che muovendosi per uscire gli provochi un continuo fastidio. In senso figurato, significa metterlo sull’avviso, insinuargli sospetti e inquietudini, fare allusioni subdole allo scopo di turbarne la serenità. Nel Medio Evo, e per tutto il Rinascimento, questa espressione era usata a proposito dei tormenti e dei desideri d’amore, che turbavano il sonno degli innamorati e impedivano di dormire proprio come se si avesse avuto una pulce saltellante nell’orecchio.

 

Luogo deputato all’ascolto e all’espiazione delle colpe, l’orecchio del confessore non gode di una “pulita” reputazione, tant’è che riferendosi a una  persona priva di ogni senso morale, capace di ogni sorta di malvagità, si dice che è cchiù fetente ’e na recchia ’e cunfessore, questo perché il prete,  per il suo ministero, è tenuto ad ascoltare una gran quantità di peccati e nefandezze.

 

 

 

seconda e ultima parte

1 febbraio 2014  

 

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