30 - Tené ’e rrecchie ’e Pulicano

di Claudio Pennino

 

 

 

L’orecchio è l’organo dell’udito che ci permette di percepire e di discernere il mondo che ci circonda. Dal punto di vista simbolico è molto significativo perché fin dall’antichità fu considerato la sede della memoria. Agli elefanti, animali dalle imponenti orecchie, viene riconosciuta una grande memoria perché possono riconoscere una persona a distanza di anni.  

Nell’alto medioevo il concepimento di Gesù fu rappresentato come l’ingresso della colomba dello Spirito Santo nell’orecchio della madre di Dio.  

Gli antichi greci associavano lunga vita e fortuna alle persone con le orecchie grandi. Lo stesso Buddha è rappresentato con lunghe orecchie per significare la facoltà dell’intendere e la conoscenza del divino.  

In molte culture i lobi auricolari vengono perforati per inserirvi dischetti di giada, ciondoli d’oro e altri gioielli; per questo motivo i lobi molto allungati sono considerati simbolo di nobiltà, di valore e di lunga vita. Quando si compiono gli anni, infatti, c’è l’usanza di tirare le orecchie del festeggiato tante volte quanti sono gli anni compiuti.  

Nell’isola di Creta le statue di Giove non avevano orecchie, ciò a rappresentare la sua imparzialità. A Sparta, per contrario, attribuivano a Giove quattro orecchie perché egli fosse in grado di meglio ascoltare le suppliche degli uomini.  

In Europa, invece, le “orecchie d’asino” degli scolari poco studiosi sono oggetto di scherno. Di conseguenza, le orecchie possono attestare la conoscenza o l’ignoranza, come nel caso del povero re Mida, che si vide affibbiare da Apollo delle orecchie d’asino scontento per non essere stato da lui eletto vincitore in una gara musicale accusandolo di possedere orecchie ingannatrici, non in grado di discernere la buona musica da quella cattiva.

A Napoli, quando un cantante o un musicista stona o esegue una nota fuori tono si dice che è caduto cu ’a recchia ncopp’ ’o cantaro.  

Dal punto di vista spirituale, non basta avere le orecchie per intendere, ma è necessario che esse si aprano alle parole dei saggi. Le orecchie sono un organo passivo di ricezione, in quanto si limitano a ricevere e ad ascoltare. Ma l’uomo saggio le usa con discernimento e assennatezza. Se così non fosse significherebbe tené ’a capa sulo pe spartere ’e rrecchie, ossia, essere completamente stupido o non usare il cervello, come se l’unica funzione della testa fosse esclusivamente estetica.  

Saggezza, ascolto interiore, comprensione, attenzione, intelligenza sono gli aspetti che maggiormente si accostano alla simbologia dell’orecchio. Già frasi di uso comune come arapì bbuono ’e rrecchie, e stà cu ’e rrecchie pesule, ossia, stare con le orecchie protese, intente per ascoltare, ci orientano verso l’importanza del comprendere e dell’intendere.  

Informarsi per tempo, vigilare, acuire l’udito, carpire informazioni utili, equivale a tené ’e rrecchie ’e Pulicano, avere un udito finissimo, stare con le orecchie tese, intente per ascoltare. Molti associano il termine “pulicano” al pellicano affermando che trattasi di un uccello dotato di eccellente udito, capace di percepire il pigolio dei suoi piccoli a grande distanza. Ma Pulicano è un personaggio che si incontra nelle numerose storie dei Paladini di Francia, il quale aveva la capacità di percepire, anche a grandissima distanza, l’avvicinarsi di persone o di interi eserciti solo accostando l’orecchio al suolo. Da qui l’altra espressione: mettere ’a recchia nterra.  

Sulla stessa falsariga si innestano le frasi mettere ’e rrecchie p’ ’e ppertose, ovvero, informarsi accuratamente, origliare, impicciarsi dei fatti degli altri e mettere ’e rrecchie p’ ’e ssenghetelle, vale a dire, ascoltare anche gli spifferi più lievi del bisbigliare, la flebile corrente d’aria che penetra attraverso una fessura.

 

 

prima parte - continua

 

18 gennaio 2014

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