22 Giacchino mettette ‘a legge e Giacchino fuie mpiso

di Claudio Pennino

Il 13 ottobre 1815, Gioacchino Murat, Re di Napoli, fu condannato a morte da un tribunale militare secondo una legge da lui stesso voluta, e giustiziato a Pizzo Calabro mediante fucilazione. Eppure, i napoletani all’indirizzo di una persona che rimane vittima, o subisce il danno, di una sua stessa decisione, sono soliti dire: Giacchino mettette ’a legge e Giacchino fuie mpiso, reputando, forse, l’impiccaggione pena più congrua rispetto alla fucilazione considerata troppo frettolosa e meno spettacolare. Ma, a quell’epoca, ad ogni ceto sociale era destinata una pena e ai militari era riservata la fucilazione.  

Nella Napoli vicereale, invece, non passava settimana che non si vedesse per le strade della città sfilare il consueto Corteo che accompagnava il condannato a morte al patibolo.  

« Il tratto di strada percorso dai condannati a morte – scrive Guido Panico nel volume Il carnefice e la piazza – aveva un significato che andava ben oltre quello di un semplice trasferimento da un luogo all’altro. Si trattava infatti di uno spazio, in cui i protagonisti del dramma cominciavano a recitare le rispettive parti. I condannati si presentavano con il carico delle loro colpe alla collettività. Durante questo trasferimento si aveva il primo impatto con la folla, che seguiva, come in una via crucis, tutto il dramma che si stava consumando. Il vociare sguaiato della gente accompagnava il tragico corteo. Esso era preceduto da un banditore, il cosiddetto Trombetta della Vicaria, che annunciava le generalità del condannato e il crimine da lui commesso. »  

Ancora oggi, una persona che non sa tenere un segreto e divulga strombazzando tutto ciò che gli viene riferito è apostrofato come ’a trummetta d’ ’a Vicaria.

Tra un annuncio e l’altro un cupo suono di tamburi. Il condannato procedeva umiliato e a passo lento tra la folla. Infatti, ’o passo d’ ’o mpiso, è il passo di chi cammina lentamente e a malincuore.  

Durante il percorso i parenti, ma anche parte della folla mossa a compassione, recitavano sottovoce preghiere e invocazioni a Dio e alla Madonna in suffragio dell’anima del condannato a morte. Era la cosiddetta letania d’ ’o mpiso, espressione che oggi si pronuncia per bollare un discorso monotono, una lamentela insistente o un piagnisteo. In generale, qualunque sequela lunga e noiosa.  

Tra le varie suppliche, non mancava chi si lasciava sfuggire la pietosa espressione: cumpatite sempe chi è mpiso. Attualmente vale come invito a comprendere, con indulgenza, coloro che commettono una cattiva azione, forse perché, a volte, spinti dalla necessità.  

Ma non mancavano i furfanti di professione, quei criminali veramente meritevoli del patibolo. Essere un pendaglio da forca equivaleva ad essere nu chiappo ’e mpiso, un delinquente meritevole di essere impiccato e quindi di penzolare dalla forca. Da qui nasce il modo di dire con cui oggi si definisce chi si comporta in modo disonesto. Ma l’espressione, usata scherzosamente, indica anche un ragazzo vivace o uno scapestrato.  

Perciò, all’indirizzo di chi con un comportamento sconsiderato o agendo sventatamente è solito cacciarsi nei guai diciamo che va cercanno ’a cullana d’ ’o mpiso, eufemismo usato in luogo del troppo crudo ma realistico capestro.  

A questi delinquenti c’ ’a faccia ’e mpiso, dopo la morte, era riservato un pessimo trattamento: la plebe napoletana si avventava sul loro cadavere cercando di impossessarsi degli indumenti. Quando ciò non era possibile in quanto prerogativa del boia, cercava di comprarli direttamente da questi. Per cui essere nu spogliampise, equivale ad essere un furfante senza scrupoli. Ma purtà ’a cammisa d’ ’o mpiso, significa godere, ingiustamente, di una cattiva reputazione. In quanto la camicia dell’impiccato attribuiva pessima fame anche a chi la indossava. Pure se costui, in fondo, era solo un poveraccio. 

Era, quella, un’epoca in cui la giustizia non era efficace come oggi, e le controversie venivano risolte direttamente dagli interessati con dei provvedimenti a volte estremi, come il duello. La conseguenza era che ad ogni uccisione seguiva l’impiccagione dell’omicida. Il modo di dire fà n’acciso e nu mpiso, proferito da una persona in preda all’ira, equivale a minacciare la risoluzione di una contesa con gravi conseguenze per tutti.  

Infine, trovarsi sotto l’incubo di una disgrazia o di un grave pericolo incombente corrisponde a stare comm’ ’o mpiso ’e Caivano. La leggenda racconta di un giovane di Caivano che stava per essere impiccato ingiustamente quando, per intercessione della Madonna di Campiglione, devotamente invocata da sua madre, fu salvato da una grazia giunta all’ultimo istante.  

 

28 settembre 2013


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