19 Avutà ’a valanza â via ô ggruosso

di Claudio Pennino

La scoperta e la diffusione della bilancia rappresenta una tappa significativa nell’evoluzione dell’umanità. Agli albori della civiltà, quando il commercio si fondava esclusivamente sullo scambio di una cosa con un’altra senza fare uso di moneta, l’uomo incominciò ad avvertire la necessità di differenziare il valore e, soprattutto, la quantità della cosa che andava a barattare.  

Le prime misurazioni furono effettuate sicuramente con mezzi molto semplici e rudimentali, come una bilancia a due bracci uguali, simile a quella trovata nella tomba di Nagata in Egitto e risalente circa a 3000 anni a.C.  

Viene menzionata nella Bibbia e, durante le invasioni barbariche, Brenno, condottiero gallo, noto per avere messo a sacco Roma nell’anno 390 a.C., propose ai magistrati romani di riscattare la città contro il versamento di 1000 libbre d’oro.

I Romani dapprima accettarono, poi protestarono sostenendo che le bilance utilizzate per la pesa del riscatto fossero state alterate; Brenno allora gettò sul piatto dei pesi anche la sua spada (in modo da aumentare il valore del bottino richiesto ai Romani), pronunciando la famosa frase: “Guai ai Vinti!”.  

Forse da quest’episodio deriva la locuzione a ppiso d’oro, per indicare una cosa o una persona di gran valore. Contrariamente, invece, per indicare qualcosa che si vende a buon peso o in abbondanza, senza andare troppo per il sottile, si dice a ppiso ’e gravune.

Pesare qualcosa con precisione, oppure, essere meticolosi, fare una cosa in modo preciso e minuzioso, senza trascurare il più piccolo particolare, allora se pesa c’ ’a valanzella, ossia, con la bilancetta del farmacista.  

Nell’antica Roma, le bilance a due piatti erano usate per pesare monete o cose piccole, mentre per le cose di maggior peso veniva generalmente utilizzata, come infatti la utilizzò Brenno, la famosa stadera a un unico piatto. Per intenderci, quella usata a Napoli dai venditori ambulanti di frutta, formata da un solo piatto e un lungo braccio graduato sul quale scorre un peso equilibratore. Il braccio graduato da un lato pesa i grammi mentre dall’altro pesa i chili: ’o ggruosso. Perciò, quando si perde la serafica compostezza e ogni controllo di sé, quando insomma una persona non riesce più a trattenere i propri impulsi, e, dimentico delle buone maniere, si esprime senza ritegno, allora è quello il momento in cui avota ’a valanza â via ô ggruosso.  

Per la sua precisione e per il suo peculiare equilibrio la bilancia è il simbolo universale della giustizia e del retto comportamento. Infatti valutare le persone con criteri diversi; essere iniquo, giudicare in modo  imparziale, si dice: fà dduie pise e ddoie mesure.

Anche per accedere nell’aldilà, in molte religioni, nel giudizio finale, vengono pesate le buone e le cattive azioni compiute sulla terra. La bilancia organizza il giudizio, pazientemente, nella difficile ricerca dell’equilibrio dei piatti: stà nvalanza, infatti, vuol dire stare in dubbio, rimanere in attesa. Perché anche il « dubbio » ha tra i suoi attributi iconografici la bilancia, indicante l’alternativa. E proprio l’immagine della bilancia che oscilla ci rimanda all’uomo sospeso difronte al seggio del giudice divino in attesa di conoscere se sarà degno del Paradiso o dell’Inferno.  

Nell’antico Egitto, durante il giudizio dei morti, il dio Osiride, alla presenza di Maat, dea della giustizia, soppesava il cuore del defunto e decideva sul suo destino ultraterreno.

Ed ecco, più vero che mai, il concetto di giustizia, perché come dice Salomone nei Proverbi (11,1) « La bilancia falsa è in abominio al Signore, ma del peso esatto egli si compiace ». Non resta allora che scanaglià ’e pise, cioè, vederci chiaro, verificare sempre la veridicità di qualcosa e il valore delle persone.

 

20 luglio 2013

 


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