18 mettere ’o ppepe nculo ‘a zoccola

 

di Claudio Pennino

Il pepe, originario dell’India, è una spezia in grani. Conosciuto sin dalla preistoria, era una merce così pregiata da essere usata addirittura come moneta di scambio. Già i romani ne facevano uso come condimento in molte pietanze. Era così difficile da reperire che in epoca imperiale si diffuse la leggenda che fosse raccolto dalle scimmie, poiché la pianta germogliava in luoghi inaccessibili all’uomo.  

Il pepe è arrivato nel mondo occidentale circa duemilacinquecento anni fa; per il suo caratteristico sapore piccante, produce, in chi lo mangia, una certa eccitazione sicché riferendosi ad un bambino che non sta mai fermo o a una persona alquanto agitata, irrequieta o smaniosa, diciamo che tene ’o ppepe nculo.  

Il pepe si ricava da una pianta dallo stesso nome e si presenta in forma di granelli molto piccoli di colore nero o grigiastro. Per le sue dimensioni, per il suo aroma e per il suo sapore forte e pungente al suo acino si suole paragonare i ragazzini esuberanti, svelti e vivaci: pare n’aceno ’e pepe.  

Oltre che in cucina il pepe era adoperato come medicinale. Discoride, Galeno e gli altri medici gli riconoscevano molteplici proprietà: diuretico, stimolante dell’appetito, digestivo, calmante dei dolori. Ma la credenza popolare attribuiva al pepe anche virtù afrodisiache. Ovidio suggeriva a chi fosse sessualmente debilitato di mescolare il pepe con i semi dell’ortica irritante: «… piper urticale mordacis, semina miscent ».  

Per la prima volta, verso la metà del ’500, un’opera medica citò il pepe fra i cibi efficaci e proficui per gli impotenti. Oggi il pepe, oltre ad essere la spezia più usata in cucina, è tra le poche sostanze cui la medicina riconosce una qualche attività afrodisiaca, in virtù dell’azione congestionante esercitata sugli organi genitali.  

Alla fine del Medioevo quasi tutto il commercio del pepe in Europa passava per Venezia. Nel XV sec. con la scoperta della “Vie delle Spezie” da parte di Enrico il Navigatore il mercato si spostò a Lisbona, garantendo smisurati introiti ai portoghesi. In quell’epoca ci fu anche chi tentò di coltivare la pianta alle nostre latitudini, per esempio a Napoli, senza però riuscire a ricavarne i frutti.  

Sulle grandi navi mercantili che percorrevano le leggendarie “Vie delle Spezie” che dall’Oriente arrivavano in Europa, era frequente che insieme ai marinai si imbarcassero grossi topi, i quali procuravano gravi danni alla barca rosicchiando gomene, mobili e riserve alimentari. I marinai, per liberarsi di questi ospiti indesiderati ne catturavano alcuni e gli introducevano qualche granello di pepe nell’ano liberandoli nella stiva. Gli odiosi animali, colti da indicibile bruciore si avventavano sui loro simili in una cruenta lotta all’ultimo sangue. Così, con questo originale (ma stranissimo) stratagemma, i marinai si liberavano delle ripugnanti bestie. Da questa pratica marinaresca nasce il modo di dire: mettere ’o ppepe nculo ’a zoccola, che figuratamente significa insinuare un sospetto, sobillare gli animi, attizzare il fuoco della discordia.  

Sempre a proposito di stratagemma, era usanza, (ma funziona tutt’ora), sbarazzarsi o liberarsi di una persona noiosa e fastidiosa, mandandola a accattà ’o ppepe, ovvero, facendola allontanare con una scusa futile o un pretesto inconsistente. Lo stesso vale quando si vuole evitare di affrontare una situazione imbarazzante; allora si temporeggia, si indugia, rimandando, con un espediente, le persone a migliori circostanze.  

Infine, come non citare il grazioso scioglilingua a ccuoppo cupo poco pepe cape? Questa sequenza di parole, difficile da pronunciare velocemente, oltre ad avere lo scopo di migliorare la dizione, ci ricorda, in senso metaforico, lo stolto, la persona stupida. Infatti nelle menti strette (cuoppo cupo) vi è poca saggezza (poco pepe cape).

 

6 luglio 2013

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