17 Passà pe nu culo d’aco

 

di Claudio Pennino

   

Usato da tempo remotissimo, l’ago è uno strumento utilissimo, usato per cucire tessuti o ricamare. Dapprima fu ricavato dalle spine di pesce o da frammenti di osso, poi fu di bronzo. L’ago di acciaio venne introdotto in Europa dagli Arabi verso il 1300 ma la sua produzione assunse carattere industriale soltanto nella seconda metà del secolo XIX. È un’astina di acciaio appuntita a un’estremità e fornita dall’altro di un foro detto cruna per cui si fa passare il filo.  

Filo che metaforicamente ci riporta alla mente un discorso o un ragionamento che abbia un certo ordine e svolgimento: il cosiddetto filo del discorso, appunto. Un parlare continuo e insistente che per l’acutezza dell’ago può diventare pungente come il pettegolezzo e quindi ferire se non addirittura offendere: da qui l’espressione cantà da ll’aco ’nfìno e ô fìlo, vuol dire raccontare ogni cosa nei minimi particolari, senza tralasciare nulla, meticolosamente, con eccessivo zelo.  

Piccola e stretta, la cruna dell’ago assume spesso il significato di passaggio angusto e difficile da superare, anzi, impossibile:  Gesù affermò che è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio (Matteo 19:24).  

L’immagine paradossale, di estremo contrasto tra la piccolissima cruna dell’ago e il mastodontico cammello è resa in napoletano dall’espressione passà pe nu culo d’aco, che significa superare una grande difficoltà, cavarsela alla meno peggio, o con fatica, dove il culo d’aco è appunto la cruna.  

L’ago è piccolo e sottile, ma può arrivare in profondità e fare male, e le sgradevoli sensazioni a cui si associa la sua immagine, condizionano pesantemente il suo significato simbolico. Essere appuntuto comm’a n’aco, infatti, si dice di una persona dal carattere irascibile, intrattabile, che ha improvvisi scatti d’ira e che dalla stessa si lascia facilmente vincere.  

Per le sue piccole dimensioni è anche usato come similitudine di cosa difficile da trovare: cercà n’aco ’int’ ’o pagliaro, equivale a effettuare una ricerca molto difficile tra una moltitudine di elementi difficili da districare, che richiede gran fatica, e il cui successo appare poco probabile.  

Ironicamente, invece, l’espressione lèvate ’a nanze ca tengo n’aco ’a vennere, è usata per ridicolizzare chi è troppo pieno di sé, il presuntuoso; chi ha pretese di grandezza o vanta eccessivamente una cosa di scarso valore.  

La credenza popolare vuole che l’ago non venga mai regalato perché tutte le cose a forma di punta portano litigi, contrasti, malumori. Affinché ciò non accada, quando si prestano o regalano aghi ad amici, bisogna prima pungere loro un dito. Se una donna incinta lo trova per la strada vuol dire che il nascituro sarà una femminuccia. Se ci si punge un dito mentre si cuce,  bisogna fare attenzione al dito ferito: se è il pollice vuol dire fortuna in amore, diversamente, l’indice vuol dire sfortuna; se è il medio: fidanzamento in vista; l’anulare: lettera in arrivo; se è il mignolo: matrimonio.

  

22 giugno 2013  

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