16 Essere n’auciello ’e malaurio

 

di Claudio Pennino

   

Quando si ritiene che una persona sia in grado di esercitare influssi malefici, dalle nostre parti si dice che è uno iettatore. Questi può essere di presenza, se, suo malgrado, la potenza malefica è dentro il proprio essere, oppure di intenzione, se, di animo cattivo, getta di proposito il malocchio contro i propri nemici. La maggior parte degli iettatori sono di presenza e sono capaci di provocare ogni sorta di disastro. Appena essi spuntano, si verificano incidenti di ogni genere: lampadari che crollano, pregiati vasi in ceramica che cadono da soli, persone che goffamente scivolano, oggetti che, inspiegabilmente, cascano dalle mani di chi li tiene.  

Il termine “jettatura” si diffuse, in modo particolare, sul finire del XVIII secolo, ad opera del giureconsulto Nicola Valletta (Arienzo 1748 - Napoli 1814), autore del trattato dal titolo Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura (1787). Il Valletta, professore degli Istituti Civili e di Diritto Romano all’Università di Napoli, «eccelso indagatore di fluidi malevoli», con questo saggio, esaminandola da un punto di vista storico-scientifico-filosofico, si propose di dimostrare che la jettatura esiste.  

Il “fascino” o, come dir si voglia, la “jettatura” non è altro che il malocchio o occhiata cattiva, sguardo bieco che si può jettare, ossia, sortilegio malefico che si può scagliare contro qualcuno e aspettare che questa persona inaridisca lentamente, senza una causa apparente. La persona capace di gettare il malocchio si dice che tene ll’uocchie sicche.  

Secondo una credenza latina, in particolare secondo Marziale, chi portava il malocchio aveva i capelli rossi, oppure era strabico, storpio, guercio, in ogni caso, un segnalato dagli dei. Espressione che corrisponde alla nostra: essere signalato ’e Dio.

Essi credevano al suo potere nocivo e avevano scongiuri adeguati. Catullo, in un suo Carme, da me tradotto in napoletano, esprimendo il suo desiderio di baci, tanti quante le stelle nel cielo o i granelli di sabbia delle spiagge di Cirene, esorta Lesbia a confondere il numero dei baci affinché i maligni non possano fare il malocchio, conoscendo il loro numero:

 

Tu vuò sapé, mia Lesbia, quanta vase

pe me sazià, m’hê ’a dà comm’ ’e ccerase.

Tante quante ne so’ ll’acene ’e rena

addó nfrascata ’e piante sta Cirena,

tra ’o tempio ’e Giove cuotto e scuntraffatto,

e ’o scaravatto sacro e antico ’e Batto;

o quante, ’e notte, ncielo songo ’e stelle

ca vegliano ll’amante p’ ’e vviarelle.

Si tu me daie tanta vase azzeccuse,

cuntarle nun putranno cchiù ’e mmediuse,

né ’e mmalelengue iettarce na fattura:

sulo tanno sarrà chiena ’a mesura.

 

L’invidioso getta il suo sguardo, anzi il “suo occhio”, contro una persona e la colpisce. La colpisce perché il suo è un “occhio secco” cioè un occhio che secca ciò che raggiunge. Ed il malocchio gettato con cattiveria su qualcuno è tanto esplosivo che sortisce l’effetto di incenerire: ponno cchiù ll’uocchie ca ’e scuppettate, significando che il maleficio è più temibile di un colpo di fucile, oppure, volendo esagerare, per enfatizzare la potenza del malocchio, si dice: ll’uocchie spaccaieno na muntagna.  

Per difendersi da uno iettatore bisogna premunirsi di corni di corallo, statuine di gobbetti, appendere un ferro di cavallo dietro la porta di casa, fare il segno delle corna con le mani o portare in tasca uno spicchio d’aglio: aglie e fravaglie fattura ca nun quaglia. Solo con l’aglio e la minutaglia del pesce, fravaglie, si può scongiurare una fattura. Accoppiamento strano ma efficace ai fini della rima. Forse perché il menagramo, abitualmente, ietta ’o nniro d’ ’a seccia, cioè, dice malignità, cattiverie, getta inchiostro. La similitudine è con la seppia, mollusco marino, che quando viene aggredita rilascia intorno a sé un liquido nero per nascondersi all’aggressore. Nero come il colore dello iettatore.  

Per le vie di Napoli, città superstiziosa per tradizione, si aggira una caratteristica figura popolare, vestita con tanto di marsina e feluca da ufficiale della marina, la quale, agitando una piccola scatola di latta a mo’ di incensiere, effonde tutt’intorno i fumi dell’incenso che brucia nella buatta allo scopo di allontanare le forze malefiche. Il rito, naturalmente, è accompagnato dallo scongiuro: uocchie e maluocchie e furticielle a ll’uocchie: schiatta la mmidia e crepano ’e maluocchie.  

Quando passa ll’auciello ’e malaurio, alle sue spalle, mentre si allontana, bisogna gettare una manciata di sale, perché con lui vada via la sfortuna che trasmette con la sua presenza, mentre si recita la filastrocca salvifica di scongiuro accompagnandola con appropriati gesti apotropaici.  

Ed a proposito di auciello ’e malaurio, così è apostrofata la persona con fama di iettatore, colui che preannuncia sempre disastri. La frase, probabilmente, deriva dall’antica tradizione romana di trarre gli auguri, cioè gli auspici, dall’osservazione del volo degli uccelli, annunciatori per eccellenza del volere divino. Ma potrebbe anche alludere alla superstizione popolare che ritiene di cattivo augurio il verso di certi uccelli come la civetta e il gufo: sciò sciò, ciucciuvé! 

  

8 giugno 2013  

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