14 Stà cu ’e ppacche ’int’a ll’acqua

 

di Claudio Pennino

   

La pietra rappresenta la solidità, l’immortalità, quello che è stabile e imperituro e simboleggia in molte culture la potenza di Dio. Ha un significato simbolico universale molto forte.

Essa compare come elemento primordiale o fondatore di molte religioni e civiltà col significato di base e fondamento. Si ricordano le parole di Gesù quando ribattezzò il discepolo Simone chiamandolo Pietro: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

 

Nella parlata napoletana è usata spesso col significato di durezza: tené nu core ’e preta, vuol dire essere una persona dura, spietata, priva di umanità.

 

Togliersi invece una soddisfazione, dire apertamente la propria opinione su qualcuno o qualcosa, specialmente in senso polemico; vendicarsi per un’offesa ricevuta o ricambiare, alla prima occasione, pan per focaccia, equivale a levarse ’a preta ’a dint’ ’a scarpa: togliersi il sassolino dalla scarpa. Quella fastidiosa pietruzza che si infila nella calzatura quando si cammina sulla ghiaia o su sentieri sterrati. E quando ci si libera si prova quell’indicibile senso di soddisfazione.

 

E riguardo alle strade sterrate, non è difficile incappare in una di quelle pietre appuntite che fuoriescono dal terreno. Infatti, mettere prete ’e ponta, in senso figurato vuol dire mettere zizzania o fomentare discordie. Mettere una pietra ruvida, spigolosa, tra due persone; inzeppare, spingere con forza, fino a fare del male.

 

La pietra appuntita o spigolosa non ha avuto mai un significato positivo. Nella litomanzia, cioè nell’arte di predire con le pietre, di profetizzare, ispirata al culto dei menhir, si mettevano in un vaso un gran numero di pietre, chi intendeva consultarle ne prelevava tre a caso. Secondo un preciso simbolismo dei colori e forme, l’indovino interpretava le pietre scelte: così una pietra nerastra di forma appuntita, lasciava presagire un pericolo mortale, mentre una bianca e liscia era segno di buon augurio.

 

Ed a proposito di pietra bianca e liscia, non possiamo non citare la colonna della Vicaria. In epoca vicereale, coloro che avevano un tracollo finanziario, per proclamarsi insolventi dovevano fare zita bbona: corruzione della formula giuridica per la cessione dei beni: cedo bonis. I debitori, col le “brache calate”, abbracciati alla colonna della Vicaria, dovevano pronunciare tale formula e mostrare il nudo deretano. Con questo atto riconoscevano la cessione dei loro beni ai creditori. In compenso non erano più perseguibili dalla legge e i loro debiti si consideravano estinti. Al centro della piazza del Palazzo dei Tribunali, ai debitori si comminava questo disonorante castigo per scioglierli dai loro impegni. Si racconta che per permettere a costoro di sedersi, poiché dovevano restare esposti al pubblico ludibrio diverso tempo, questa colonna fosse concava alla sommità, per cui, quando pioveva si raccoglieva l’acqua piovana, donde, chi si sedeva doveva inevitabilmente bagnarsi. Da qui l’espressione per chi resta senza soldi, stà cu ’e ppacche ’int’a ll’acqua.

 

Al tempo dei Romani, quando un disgraziato commerciante falliva, doveva sedersi su una pietra e dir forte ai suoi creditori la nota formula: “cedo bonis” ossia cedo i miei averi. Dopo ciò, i creditori non avevano più diritto di molestarlo. La pietra, testimone del fatto doloroso, si chiamava pietra dello scandalo.

  

11 maggio 2013  

continua

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